LA FANCIULLEZZA E ZIO
MARCIANO
Come
in una pesca nelle acque non trasparenti della memoria, chiedo ai ricordi di
ritornarmi in mente a caso, disordinatamente, risvegliandomi le emozioni della
vita di noi due nella stessa casa, io di trent’anni più piccolo. Che prendano
posto in ordine sparso, oltre sessant’anni dopo, sulla pagina bianca su cui
ancora una volta si sta chinando a scrivere un fanciullo antico, nato ai tempi
del calamaio e dei pennini “a cavallotto”, come quelli che rubai nell’emporio
di tuo padre Alfredo, profittando dei pochi minuti che nonno impiegava per salire
in camera da letto su per il ripido scalone e fare la pipì nel vaso da notte.
Lui se ne accorse nella stessa giornata, ma il suo rimprovero mi valse una
promozione, perché i compagni presenti da allora mi considerarono un “dritto” per quell’abile e rapida ladroneria
domestica, e mi ammisero a partecipare alle loro imprese.
Mamma
diceva che me la dovevo fare con “i pari
miei”, cioè con i figli dei professionisti come papà, che abitavano nei
palazzi del paese di sopra, non con “la marmaglia”
dei borghi di giù. Quella parola me li rendeva invece più simpatici, perché anche
a papà quella parola dava fastidio. A me proprio con quelli mi andava di
giocare, specie se un po’ più grandicelli. Mi attraevano molto per la loro
malizia, per le monellerie e per tanti di quei giochi semplici con cui si
divertivano. Faceva niente che mi chiamassero “figlio di signore”, snobbandomi come un ragazzo viziato dai
giocattoli e che, se usciva, aveva i percorsi obbligati. Io, per giocare, me li
facevo anche venire a casa i compagni, pochi quelli del paese di sopra, meno “nobili” di me, e più numerosi quelli del
paese di sotto, cioè “la marmaglia”, quasi
tutti con la sola licenza elementare.
Verso
il crepuscolo ci riunivamo a frotte e scendevamo nei terreni a valle per
raspollare ciliegie, fave, noci e qualche altro frutto. Nel loro giardino,
quello dell’asilo infantile, le monache non erano riuscite per anni a farsi una
vendemmia, perché noi, scavalcato il muretto di cinta dalla parte dei Limiti, entravamo
in quel giardino e non lasciavamo loro neppure un acino d’uva. Rubacchiavo
anche in casa, e il principale obiettivo erano le uova che i contadini portavano
la domenica per disobbligarsi di qualche consiglio di diritto che chiedevano a
papà. Lasciavano dietro la porta d’ingresso il cesto pieno, che io subito
alleggerivo, senza esagerare, un gioco da bambini, non c’era di che vantarsi.
Le smerciavo, cogli amici fidati, dal tabaccaio, ma non sempre il colpo era buono,
perché lui le verificava agitandole vicino all’orecchio, riponendo sul banco,
con un gesto silenzioso, quelle che non gli parevano fresche. Fino a quando a
qualcuno di noi non venne in mente l’idea di cuocerle e di portargliele per la
vendita sode e….fresche. Ci meritammo così l’appellativo di “pollieri”, dopo
che qualche acquirente protestò col tabaccaio. In paese non si vendevano giocattoli
e il massimo che potevamo comprare con il ricavato erano le figurine dei
calciatori, qualche anno più tardi le prime sigarette, le “Nazionali”. C’erano
anche le “Nazionali Super”, più forti e un po’ più costose. Le più economiche
erano le “Alfa”, ma puzzavano tanto che era poi difficile ripulirsi l’alito. Tutte
senza filtro. Quelli che fumavano le sigarette con filtro perdevano quotazioni
nella compagnia.
Fra
i tanti oggetti in vendita dell’emporio di nonno ero attratto da penne, gomme
ed altro di utile per la scuola. Ma quando mi sedevo a tavola per la cena,
rimanevo in apprensione, fino a che non mi fosse giunto un suo rasserenante
sorriso. Una volta che si accorse di una banconota da cento lire nuova nuova,
misteriosamente sparita, successe il finimondo, tra i rimproveri suoi e di
mamma, mentre mio padre mi guardava storto. Tu solo, invece, non mi muovesti
neppure un rimprovero e anzi prendesti le mie difese, e ridevi, ridevi molto di
quella mia marachella non tanto lieve a quei tempi, dalla quale riuscisti a
farmi perdonare. In fondo eri divertito dalle birichinate di un nipotino che
teneva il nonno in costante allarme, e forse anche compiaciuto, dato che tuo
padre, stretto di tasca per necessità di famiglia, era in allarme anche per le
tue passioni non sfrenate ma di qualità, come l’acquisto di una macchina
fotografica Leica, con il telemetro incorporato e l’otturatore a tendina, con lo
scatto da un millesimo di secondo che riusciva a fermare, nitido, anche un cane
in corsa, o quello di una fiammante motocicletta Ariel, di colore rosso, che aveva
meravigliato un paese intero.
L’arrivo
inaspettato di questo tuo primo e unico nipote ti portò sicuramente allegria. L’ho
potuta notare in un breve filmato dei tempi di guerra che ci ritrae affacciati
al balconcino di via Vasoli. Teresina mi tiene in braccio, piccolo di tre anni,
e tu sorridendo mi indichi a dito come il dono con cui la tua amatissima
sorella Carmelina, trasferitasi da Napoli per paura dei bombardamenti, aveva riempito
la tua casa quasi vuota, quella dove sembravi destinato a vivere da celibe con il
lavoro di geometra e le incombenze del fondo di contrada Pannizza. Casa più
solitaria e triste dopo che erano morte l’attivissima zia Adelina e tua madre
Ersilia, e di lì a qualche mese, strappandoti una lacrima, anche il fido cane
Fritz, di cui ricordo il bel colore a chiazze bianco-arancio, e la scena quasi
quotidiana, non gradita da papà ma che mi divertiva tanto, dell’improvvisa
zampata sulla tavola, perché tu gli lanciassi i bocconi da beccare a volo.
Quando
chiedesti la mia collaborazione nella camera oscura, mi rendesti felice. Mi affidasti
solo il compito di muovere con lento e costante dondolio la bacinella della
stampa, in modo che gli acidi bagnassero tutta la carta. Io ti seguivo
attentamente anche presso la macchina da sviluppo, quando vi inserivi la
pellicola, estraevi da una custodia in alluminio la carta lucida e nel buio la
esponevi per pochi secondi al raggio di una intensa luce azzurrina. Osservavo
poi insieme a te nella bacinella, in un’atmosfera avvolta da una soffusa luce
rossastra, il biancore della carta bagnata, su cui affioravano lentamente gli
ampi panorami del nostro monte e più spesso i ritratti di donne dal bel volto.
Più tardi capii che, desiderandole nel segreto dell’animo, le avevi fotografate
come per impossessarti di quel qualcosa che ti affascinava, ti attraeva, e che
solo la tua Leica aveva la possibilità di cogliere e di fermare nel tempo.
Eri
allegro e amante del bello, e ora soltanto comprendo quante innumerevoli affinità
c’erano fra noi due. E perciò ti ringrazio delle passioni che mi hai trasmesso,
del senso estetico di impronta rinascimentale che mi hai donato, della musica
che mi hai fatto ascoltare sui vinile con gli stereo comprati a Napoli, dell’amore
per il disegno, specie quello geometrico con l’inchiostro di china, nel quale
mi impegnasti perfino in quel difficile raccordo tra il vecchio e il nuovo della
mia casa natia, racchiuso in un progetto perfetto, con l’idea geniale della
triplice rampa di scale, che rese in un colpo solo tutti gli ambienti ariosi e
funzionali. Perché tu eri veramente bravo. Quando non perdevi il tempo nel
baloccarti, e….volevi fare, avevi una marcia in più, una precisione in più (“masto di millimetri” ti chiamava il
muratore che eseguì il progetto), una intelligenza in più, ad onta del troppo
diritto, della troppa letteratura, del grigiore di troppi libri, che tuttavia autorizzavano
la mia “casata maschile” a ritenersi superiore,
e addirittura – pensa un po’ – a temere che io avessi ereditato qualcosa della tua
intelligenza “di rango minore”.
Io,
invece, ringrazio il cielo d’esserti vissuto accanto.
Gennaro
Iannarone
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