mercoledì 26 ottobre 2016

La fanciullezza e zio Marciano


LA FANCIULLEZZA E ZIO MARCIANO



Come in una pesca nelle acque non trasparenti della memoria, chiedo ai ricordi di ritornarmi in mente a caso, disordinatamente, risvegliandomi le emozioni della vita di noi due nella stessa casa, io di trent’anni più piccolo. Che prendano posto in ordine sparso, oltre sessant’anni dopo, sulla pagina bianca su cui ancora una volta si sta chinando a scrivere un fanciullo antico, nato ai tempi del calamaio e dei pennini “a cavallotto”, come quelli che rubai nell’emporio di tuo padre Alfredo, profittando dei pochi minuti che nonno impiegava per salire in camera da letto su per il ripido scalone e fare la pipì nel vaso da notte. Lui se ne accorse nella stessa giornata, ma il suo rimprovero mi valse una promozione, perché i compagni presenti da allora mi considerarono un “dritto” per quell’abile e rapida ladroneria domestica, e mi ammisero a partecipare alle loro imprese.

Mamma diceva che me la dovevo fare con “i pari miei”, cioè con i figli dei professionisti come papà, che abitavano nei palazzi del paese di sopra, non con “la marmaglia” dei borghi di giù. Quella parola me li rendeva invece più simpatici, perché anche a papà quella parola dava fastidio. A me proprio con quelli mi andava di giocare, specie se un po’ più grandicelli. Mi attraevano molto per la loro malizia, per le monellerie e per tanti di quei giochi semplici con cui si divertivano. Faceva niente che mi chiamassero “figlio di signore”, snobbandomi come un ragazzo viziato dai giocattoli e che, se usciva, aveva i percorsi obbligati. Io, per giocare, me li facevo anche venire a casa i compagni, pochi quelli del paese di sopra, meno “nobili” di me, e più numerosi quelli del paese di sotto, cioè “la marmaglia”, quasi tutti con la sola licenza elementare.

Verso il crepuscolo ci riunivamo a frotte e scendevamo nei terreni a valle per raspollare ciliegie, fave, noci e qualche altro frutto. Nel loro giardino, quello dell’asilo infantile, le monache non erano riuscite per anni a farsi una vendemmia, perché noi, scavalcato il muretto di cinta dalla parte dei Limiti, entravamo in quel giardino e non lasciavamo loro neppure un acino d’uva. Rubacchiavo anche in casa, e il principale obiettivo erano le uova che i contadini portavano la domenica per disobbligarsi di qualche consiglio di diritto che chiedevano a papà. Lasciavano dietro la porta d’ingresso il cesto pieno, che io subito alleggerivo, senza esagerare, un gioco da bambini, non c’era di che vantarsi. Le smerciavo, cogli amici fidati, dal tabaccaio, ma non sempre il colpo era buono, perché lui le verificava agitandole vicino all’orecchio, riponendo sul banco, con un gesto silenzioso, quelle che non gli parevano fresche. Fino a quando a qualcuno di noi non venne in mente l’idea di cuocerle e di portargliele per la vendita sode e….fresche. Ci meritammo così l’appellativo di “pollieri”, dopo che qualche acquirente protestò col tabaccaio. In paese non si vendevano giocattoli e il massimo che potevamo comprare con il ricavato erano le figurine dei calciatori, qualche anno più tardi le prime sigarette, le “Nazionali”. C’erano anche le “Nazionali Super”, più forti e un po’ più costose. Le più economiche erano le “Alfa”, ma puzzavano tanto che era poi difficile ripulirsi l’alito. Tutte senza filtro. Quelli che fumavano le sigarette con filtro perdevano quotazioni nella compagnia.

Fra i tanti oggetti in vendita dell’emporio di nonno ero attratto da penne, gomme ed altro di utile per la scuola. Ma quando mi sedevo a tavola per la cena, rimanevo in apprensione, fino a che non mi fosse giunto un suo rasserenante sorriso. Una volta che si accorse di una banconota da cento lire nuova nuova, misteriosamente sparita, successe il finimondo, tra i rimproveri suoi e di mamma, mentre mio padre mi guardava storto. Tu solo, invece, non mi muovesti neppure un rimprovero e anzi prendesti le mie difese, e ridevi, ridevi molto di quella mia marachella non tanto lieve a quei tempi, dalla quale riuscisti a farmi perdonare. In fondo eri divertito dalle birichinate di un nipotino che teneva il nonno in costante allarme, e forse anche compiaciuto, dato che tuo padre, stretto di tasca per necessità di famiglia, era in allarme anche per le tue passioni non sfrenate ma di qualità, come l’acquisto di una macchina fotografica Leica, con il telemetro incorporato e l’otturatore a tendina, con lo scatto da un millesimo di secondo che riusciva a fermare, nitido, anche un cane in corsa, o quello di una fiammante motocicletta Ariel, di colore rosso, che aveva meravigliato un paese intero.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

L’arrivo inaspettato di questo tuo primo e unico nipote ti portò sicuramente allegria. L’ho potuta notare in un breve filmato dei tempi di guerra che ci ritrae affacciati al balconcino di via Vasoli. Teresina mi tiene in braccio, piccolo di tre anni, e tu sorridendo mi indichi a dito come il dono con cui la tua amatissima sorella Carmelina, trasferitasi da Napoli per paura dei bombardamenti, aveva riempito la tua casa quasi vuota, quella dove sembravi destinato a vivere da celibe con il lavoro di geometra e le incombenze del fondo di contrada Pannizza. Casa più solitaria e triste dopo che erano morte l’attivissima zia Adelina e tua madre Ersilia, e di lì a qualche mese, strappandoti una lacrima, anche il fido cane Fritz, di cui ricordo il bel colore a chiazze bianco-arancio, e la scena quasi quotidiana, non gradita da papà ma che mi divertiva tanto, dell’improvvisa zampata sulla tavola, perché tu gli lanciassi i bocconi da beccare a volo.

Quando chiedesti la mia collaborazione nella camera oscura, mi rendesti felice. Mi affidasti solo il compito di muovere con lento e costante dondolio la bacinella della stampa, in modo che gli acidi bagnassero tutta la carta. Io ti seguivo attentamente anche presso la macchina da sviluppo, quando vi inserivi la pellicola, estraevi da una custodia in alluminio la carta lucida e nel buio la esponevi per pochi secondi al raggio di una intensa luce azzurrina. Osservavo poi insieme a te nella bacinella, in un’atmosfera avvolta da una soffusa luce rossastra, il biancore della carta bagnata, su cui affioravano lentamente gli ampi panorami del nostro monte e più spesso i ritratti di donne dal bel volto. Più tardi capii che, desiderandole nel segreto dell’animo, le avevi fotografate come per impossessarti di quel qualcosa che ti affascinava, ti attraeva, e che solo la tua Leica aveva la possibilità di cogliere e di fermare nel tempo.

Eri allegro e amante del bello, e ora soltanto comprendo quante innumerevoli affinità c’erano fra noi due. E perciò ti ringrazio delle passioni che mi hai trasmesso, del senso estetico di impronta rinascimentale che mi hai donato, della musica che mi hai fatto ascoltare sui vinile con gli stereo comprati a Napoli, dell’amore per il disegno, specie quello geometrico con l’inchiostro di china, nel quale mi impegnasti perfino in quel difficile raccordo tra il vecchio e il nuovo della mia casa natia, racchiuso in un progetto perfetto, con l’idea geniale della triplice rampa di scale, che rese in un colpo solo tutti gli ambienti ariosi e funzionali. Perché tu eri veramente bravo. Quando non perdevi il tempo nel baloccarti, e….volevi fare, avevi una marcia in più, una precisione in più (“masto di millimetri” ti chiamava il muratore che eseguì il progetto), una intelligenza in più, ad onta del troppo diritto, della troppa letteratura, del grigiore di troppi libri, che tuttavia autorizzavano la mia “casata maschile” a ritenersi superiore, e addirittura – pensa un po’ – a temere che io avessi ereditato qualcosa della tua intelligenza “di rango minore”.

Io, invece, ringrazio il cielo d’esserti vissuto accanto.  

                                                                    Gennaro Iannarone

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