mercoledì 26 ottobre 2016

IL PROCESSO A GESU'


IL PROCESSO A GESÙ



Questa ricostruzione del processo a Gesù viene condotta sulla base dei soli Vangeli canonici (i passi utilizzati sono riportati in calce), i quali, nonostante qualche non trascurabile divergenza, sono in definitiva concordi nel rappresentare la figura umana di un imputato nel momento in cui affrontò i suoi giudici, il contegno di altissima coerenza e dignità che egli assunse davanti a loro e ai suoi carnefici.

Gesù fu arrestato la sera di un giovedì che pare si collochi intorno alla prima decade del mese di Nissan, che corrisponde al nostro aprile. Avvenne a sera inoltrata, dopo la cena, e dopo la sosta di Gesù e dei suoi discepoli nell’orto di Getsemani. Era già buio, tanto che le guardie del Sinedrio portavano lanterne e torce quando giunsero sul posto. Dopo l’arresto, un po’ movimentato per il vano tentativo di una difesa armata da parte di Pietro, Gesù venne legato e condotto davanti al grande sacerdote Hanna, nell’edificio dove aveva sede il Sinedrio, come si chiamava il Tribunale religioso ebraico. Il grande sacerdote lo sottopose ad un breve interrogatorio, domandandogli: “Quali sono le tue dottrine e chi sono i tuoi discepoli”, anche al fine di arrestare questi ultimi. In verità i discepoli fuggirono tutti, abbandonandolo. Non li si ritrova poi, infatti, ad eccezione di Pietro e Giovanni in qualche fase, né durante il processo celebrato dal Sinedrio, né davanti a Pilato, né lungo la “Via crucis”, né sul Golgota al momento della crocifissione e della morte, né presso il sepolcro.

Dopo l’arresto Gesù fu seguito, altre che da Pietro, da un altro discepolo, indicato nel Vangelo come “il discepolo che lui amava”, da identificarsi in Giovanni. E’ lui che, durante l’ultima cena, si era chinato sul petto di Gesù chiedendogli: “Signore, chi è che ti tradisce?”. Nel famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci si nota che, proprio nel momento in cui Gesù afferma “Uno di voi mi tradirà”, e gli altri discepoli s’interrogano fra loro o alzano il dito come per dire “Sono io, Signore?”, Pietro, brandendo con la mano destra un coltello, poggia la mano sinistra sulla spalla di Giovanni, seduto alla destra di Gesù e gli parla all’orecchio destro per sapere con chi ce l’abbia il Maestro. Si è certamente un attimo prima che Giovanni rivolga a Gesù la domanda sull’identità del traditore, alla quale Gesù risponde dicendo: “E’ colui al quale porgerò il boccone di pane che intingerò”. Sotto la croce si ritrova soltanto Giovanni, ed al sepolcro Pietro e Giovanni sono di nuovo insieme, dopo che le pie donne hanno dato l’annuncio di non aver trovato il corpo di Gesù. Il più giovane dei discepoli arriva per primo alla porta del sepolcro, vede a terra i pannilini, ma non entra. Pietro giunge poco dopo, entra e vede, oltre i pannilini per terra, il sudario, ripiegato a parte.

Giovanni è l’unico a riferire taluni episodi molto significativi attinenti al processo, come l’interrogatorio di Hanna, il colloquio di Gesù con Pilato, la ferita al costato, ed a tacere, però, del tutto sul processo davanti al Sinedrio: secondo il Vangelo a lui attribuito, dopo l’interrogatorio di Hanna Gesù sarebbe stato condotto direttamente davanti a Pilato.

Ad Hanna, dunque, che lo interrogava intorno ai suoi discepoli e al suo insegnamento, Gesù rispose: “Ma a me lo chiedi? Io ho parlato liberamente a tutti, ho parlato nel tempio, non ho mai detto nulla di nascosto a nessuno, vai a chiederlo a quelli che mi hanno ascoltato che cosa io ho detto”. Gesù, ben consapevole che la sua condanna era stata già decisa, si mostrò qui tanto altero da apparire sprezzante, quasi indisponente, tanto che una guardia del Sinedrio che gli stava a fianco gli mollò un ceffone, dicendogli: “Così si risponde al grande sacerdote?” E lui replicò: “Se ho parlato male, spiegamelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”.

Nel cortile del palazzo del Sinedrio c’era un fuoco acceso perché faceva freddo. Accanto a quel fuoco si fermò a riscaldarsi Pietro, poi costretto ad allontanarsi perché riconosciuto come uno dei discepoli. Dalla casa di Hanna Gesù fu condotto davanti al Sinedrio, che secondo Matteo e Marco si riunì in seduta notturna e pronunciò la condanna a morte appena fu giorno, secondo Luca si riunì appena si fece giorno ed allora emise la condanna.

Premesso che il nucleo più importante di ogni processo penale è costituito dai capi d’imputazione, l’imputato veniva accusato, tra l’altro, di aver dissacrato il giorno del Signore, affermando che nel giorno del Sabato si poteva lavorare. Gesù aveva infatti detto: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato; dunque il Figlio dell’uomo è padrone anche del Sabato”, volendo significare che la legge (“Santificare le feste”) va interpretata in modo da consentire il soddisfacimento dei bisogni dell’uomo, e non nel senso che questi debbano essere sacrificati per adempiere al rito formalistico del Sabato. Altra accusa era: quest’uomo ha perdonato una donna sorpresa in flagrante adulterio. In verità, quando gli Scribi e i Farisei gli chiesero, per provocarlo e poi accusarlo di aver violato la legge di Mosè, se dovevano lapidarla o meno, Gesù si trovò in difficoltà nel valutare quella situazione, tanto che, chinatosi, si mise a scrivere per terra con il dito. Poiché essi insistevano nella domanda, alzatosi, pronunciò la famosa frase: “Scagli la prima pietra chi è senza peccato” e si chinò di nuovo a scrivere in terra, verosimilmente senza guardare più la scena, quasi per prendere le distanze da ciò che sarebbe accaduto. Essi allora se ne andarono l’uno dopo l’altro, a cominciare dai più vecchi. Rimasto solo con la donna, che stava là in mezzo, si avvicinò a lei e le chiese:  Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata? La donna rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù: Neppure io ti condanno; va, d’ora innanzi non peccare più”. Non fu un perdono, ma una via per evitare l’esecuzione della condanna a morte, inconciliabile con la sua dottrina dell’amore.

La cacciata violenta dei mercanti dal Tempio fu un altro grave capo d’imputazione, essendosi posto Gesù contro la ricca borghesia del tempo. Dicevano ancora i suoi accusatori: quest’uomo se la fa con le prostitute e con i pubblicani, cioè con gli esattori delle tasse per Roma, che gli Ebrei naturalmente non potevano tollerare. Ad una delle tante domande provocatorie dei Farisei lui aveva infatti risposto: “Date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”. E con queste parole mise una prima firma sotto la sua condanna a morte, perché così influenzò anche la scelta finale fra lui e Barabba. Tuttavia, la più grave delle accuse, su cui si soffermò l’istruttoria del processo davanti al Sinedrio, fu di ordine religioso. Lo accusarono infatti di aver detto: “Io distruggerò questo Tempio e lo riedificherò in tre giorni”.

Il Sinedrio, composto dai capi delle ventiquattro classi sacerdotali dei Sadducei e dei Farisei, dagli anziani e dagli Scribi e presieduto dal sommo sacerdote, costituiva l’Alta Corte di giustizia ebraica. Su quella gravissima minaccia di distruzione del Tempio furono chiamati a deporre alcuni testimoni, ma essi non risultarono perfettamente concordi nel riferire l’episodio, com’era invece prescritto dal Codice Talmud, e non poterono perciò costituire una prova certa. Allora intervenne il sommo sacerdote Caifa, genero di Hanna, il quale capì di avere davanti a sé una personalità non comune, governata dall’utopia di un mondo di amore, dalla visione di una vita spirituale altissima, un uomo convinto di essere venuto in terra a salvare l’umanità intera dal peccato, di essere, insomma, il Messia annunciato dalle Sacre Scritture ed atteso dal popolo ebraico. Vista fallita la prova testimoniale, Caifa si alzò in piedi e pose a Gesù la domanda di fondo: “Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Messia, il Figlio di Dio” e lui rispose “Tu l’hai detto, anzi vi dico: ormai vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra dell’Onnipotente e avanzare sulle nubi del cielo”. Caifa allora si stracciò le vesti, gridando: “Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo più di testimoni? L’avete sentita la bestemmia? Che ve ne pare?”, ed i componenti del Sinedrio sanzionarono: “E’ reo di morte!

Gesù non fu dunque condannato per uno dei “capi d’imputazione” per i quali era cominciato il processo, ma la sua posizione, già molto critica in relazione alla minaccia di distruzione del Tempio, si aggravò definitivamente sotto l’accusa di bestemmia, per essersi proclamato il Messia, il Figlio di Dio, per giunta davanti al Sinedrio, i cui componenti divennero testimoni e giudici nello stesso tempo. La condanna alla pena di morte divenne dunque inevitabile, ma per eseguirla occorreva la ratifica del Governatore romano.

Per Ponzio Pilato, che apparteneva ad un’altra religione, non significava nulla che l’imputato si fosse proclamato Figlio di Dio. Perciò i suoi accusatori lo presentarono a lui come un malfattore, precisando in quella sede: Costui dice di non pagare il tributo a Cesare, sobilla il popolo e afferma di essere il Re dei giudei”. Cambiarono versione rispetto alla condanna del Sinedrio: non “il Messia, il Figlio di Dio”, ma “il Re dei Giudei”. Gli chiese Pilato: “Sei il Re dei giudei?” Allora Gesù disse: “Io sono Re, ma il mio regno non è di questo mondo e sono venuto a predicare la verità”, al che Pilato, non incline come romano a concepire idee astratte come la virtù o la verità, pose, quasi fra sé e sé, la nota domanda “Quid est Veritas?”, come se stesse snobbando Gesù, tanto è vero che uscì subito fuori a parlare con i Giudei, senza attendersi da Gesù una risposta, poiché aveva già in mente da un lato di non poter assolvere l’imputato dalle accuse e dall’altro di voler proporre al popolo, secondo l’usanza, la liberazione del prigioniero. Rientrato nel pretorio, si rivolse di nuovo a Gesù, dicendogli: “Lo senti quante te ne dicono contro?”. Gesù taceva e questo silenzio lo meravigliò molto, e nel contempo lo turbò, quasi che la sua autorità venisse sminuita da quel silenzio, dalla dignità e dalla fierezza di quell’atteggiamento. Ciò spiega abbastanza le parole successive con cui tentò di ridare importanza e prestigio al proprio potere:  Ma lo sai che da me dipende la tua vita o la tua morte? Io ho il potere di farti crocifiggere oppure di salvarti”. Gesù gli rispose: “Tu non avresti questo potere se non ti venisse dall’alto”.

Queste sono le parole più grandi che ha detto Gesù nel corso del suo processo. Sono di una tale forza che indussero al rispetto persino Federico Nietzsche, che pure aveva scritto l’Anticristo”. Così Nietzsche: “Quest’uomo in quel momento, mostrandoci con quale coraggio e dignità ha trattato da imputato i suoi giudici e carnefici, ci ha insegnato a vivere”. Bisogna riconoscere che i giudici del Sinedrio, sebbene prevenuti, in quanto avevano deciso di crocifiggerlo già prima di arrestarlo, celebrarono ad ogni modo un rito formalmente ortodosso, incentrando il processo sulla ricerca di una prova certa della minaccia di distruzione del Tempio e pronunciando la sentenza di condanna a morte per un reato commesso davanti a loro, la bestemmia, per il quale era prevista la massima pena. Pilato, non sospettabile come giudice prevenuto, celebrò invece un processo sommario, sbrigativo, un “non processo”. Tuttavia, ostile ai riti religiosi ebraici, tanto che aveva fatto uccidere alcuni Galilei mentre offrivano il sacrificio al Tempio, fece l’estremo tentativo di salvare Gesù dalla pena di morte stabilita dal Sinedrio molto probabilmente perché indottovi da una raccomandazione che la moglie Procula gli aveva fatto pervenire mentre sedeva al Gabbata, nel momento in cui stava per decidere. L’unico serio aiuto che ebbe Gesù, tanto che Procula è stata proclamata santa dalla  Chiesa Ortodossa greca. La proposta di Pilato non fu però accolta dalla folla, che, istigata dalla casta sacerdotale, chiese la liberazione di Barabba. Arrestato a seguito di un tumulto per motivi politici in cui aveva anche commesso un omicidio, e considerato un prigioniero politico, Barabba era considerato dal popolo come  uno degli uomini forti da cui ci si poteva aspettare la lotta contro il dominio di Roma per la liberazione della Palestina. Non era solo, ma altri movimenti di ribellione a Roma agivano allo stesso scopo, riuscendo successivamente ad aggregarsi sotto la guida di Eliazar, preoccupando a tal punto Roma che l’imperatore Tito, nell’anno 70 d.C., fece radere al suolo Gerusalemme. Forse Barabba era legato a Giuda ed è anche verosimile che Giuda abbia tradito per una divergenza di vedute politiche, avendo Gesù assunto una posizione chiaramente pacifista, o anche per una contestazione della posizione di leader di lui, come emerge dall’episodio dell’  ”Unzione di Betania”, cui seguì, subito dopo, la  decisione di Giuda di presentarsi ai gran sacerdoti per consegnare loro Gesù.

Pilato lasciò dunque Gesù al suo destino. Lo condussero quindi ad un luogo detto Cranio in lingua ebraica Golgota, dove, prima di crocifiggerlo, gli diedero da bere vino misto a fiele o vino mirrato, una sorta di narcotico che serviva ad attenuare le atroci sofferenze dell’inchiodatura sulla croce, ma lui lo rifiutò. Un membro del Sinedrio, Giuseppe di Arimatea, che più di un evangelista definisce discepolo occulto di Gesù, e del quale Luca dice addirittura che non votò nel Sinedrio per la condanna, si fece avanti a chiedere a Pilato il corpo di Gesù. Pilato accolse la richiesta, dopo aver chiesto, non senza meraviglia, se fosse già morto, dato che erano trascorse poco più di tre ore dalla crocifissione. Sotto la croce vi erano i soldati perché si temeva addirittura che per fanatismo si potesse staccare il corpo dalla croce quando era ancora vivo. I condannati non morivano subito ma duravano a lungo sulla croce, per cui si usava spezzare loro le ginocchia (cosiddetto crurifragio), per abbreviargli le sofferenze, giacché l’abbassamento del corpo e la stretta delle braccia sul torace provocavano in breve tempo la morte per asfissia. Il crurifragio fu praticato agli altri due crocifissi, ma non a Gesù perché si accorsero che era già morto. Probabilmente Gesù morì per un infarto o per un altro improvviso accidente, che spiegherebbe il forte grido che emise prima di spirare.

Per avere conferma dell’avvenuta morte, un soldato romano trafisse con la lancia il costato di Gesù, da cui fuoruscì sangue ed acqua. Dell’episodio della ferita al costato, l’unica mortale, riferisce soltanto Giovanni, che si dichiara testimone oculare, ed invita tutti a credere a quanto da lui asserito. E lo fa con tale fermezza da indurre a pensare che forse era sorta qualche diceria sull’effettiva morte di Gesù sulla croce. La sicurezza di Giovanni, la forza con cui esprime le sue certezze, come si evidenzia anche da altri passi del suo Vangelo, rafforza anche la credibilità di altre sue asserzioni.  

Giuseppe di Arimatea chiese dunque il corpo di Gesù ed ottenutolo provvide a farlo deporre con un lenzuolo dalla croce ed a farlo seppellire in un sepolcro che aveva da poco costruito nel suo orto. Una indiretta conferma si avrebbe nel fatto che Maria Maddalena scambiò per l’ortolano Gesù risorto che le camminava a fianco, prima che lui, chiamandola per nome, le si rivelasse.

Questo è il processo a Gesù.  

La libera interpretazione delle fonti evangeliche induce a porre in discussione la presenza della Madonna sotto la croce. Maria non c’era lungo la “Via crucis”, in mancanza di qualsiasi cenno al verosimile strazio di una madre che segue un figlio condotto al patibolo. C’è invece un’altra donna, la Veronica, che gli asciuga il viso madido di sudore e di sangue, oltre all’uomo di Cirene che stava appena tornando dalla campagna e che i soldati romani costringono a portare la pesante croce fino al Golgota in aiuto al condannato, di gracile costituzione. Non c’era Giovanni, e neppure Pietro, poiché, dopo aver rinnegato il suo Maestro, era uscito fuori del cortile del Sinedrio e si era allontanato.

I Vangeli sinottici riferiscono concordemente che al momento della crocifissione “le donne osservavano da lontano”. Secondo Matteo sotto la croce c’erano Maria Maddalena, Maria la madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Marco, oltre alle prime due pone una certa Salomè. Luca parla genericamente delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea. Secondo l’evangelista Giovanni sotto la croce c’erano la madre, la sorella di sua madre, detta Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Lui  (“…il discepolo che egli amava…”) si colloca a fianco alla Madonna, riferendo le parole di Gesù: “Madre, questo è tuo figlio, figlio, questa è tua madre”. Di una certa importanza sono gli argomenti che rendono inverosimili le presenze della Madonna e del discepolo Giovanni sotto la croce, ma un’attenta analisi degli stessi Vangeli può contrastarli. Se l’arresto fu del giovedì sera, dopo la cena, ci volevano tempi lunghi perché la notizia giungesse a Nazareth e perché Maria potesse raggiungere il Golgota. Nazareth dista da Gerusalemme 93 chilometri, a quei tempi una giornata di cammino, come ci informa Luca quando parla del dodicenne Gesù che si trattenne a parlare con i dottori del tempio all’insaputa dei genitori. I tempi necessari di percorrenza con i mezzi dell’epoca mancavano quindi assolutamente a Maria, tanto più per essere presente lungo la “Via Crucis”. Anche la sua assenza presso il sepolcro al momento della Resurrezione desta perplessità, non parlandone nessuno dei quattro evangelisti, pur essendovi, al terzo giorno, il tempo per raggiungere Gerusalemme. Quanto a Giovanni, dovendo ritenersi che i discepoli erano ricercati dalle guardie del Sinedrio, come si desume dal tenore dell’interrogatorio di Hanna ed anche dalla paura che indusse Pietro a rinnegare tre volte il suo Maestro, sembra strano che lui si sia posto sotto la croce con il rischio di essere identificato ed arrestato.

Non mancano, tuttavia, argomenti che contrastano tali dubbi. La Madonna poteva trovarsi non più a Nazareth ma ad Emmaus presso la sorella Maria di Cleopa. E proprio il fatto che sia la Madonna che Maria di Cleopa compaiano soltanto nel Vangelo di Giovanni è di conforto all’ipotesi che le due donne siano venute insieme dalla vicina Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, luogo di nascita di Alfeo, marito della Maria di Cleopa. L’assenza lungo la “Via Crucis” si spiegherebbe con un ritardo nell’apprendimento della notizia e la mancata visita al sepolcro potrebbe essere ricondotta ad una spontanea ed autonoma iniziativa di Maria Maddalena e delle altre pie donne, rimasta ignota alla madre di Gesù, o da quest’ultima evitata per l’emozione e per l’età anziana. La temerarietà di Giovanni sarebbe esclusa, se è lui il discepolo conosciuto dal grande sacerdote, libero di entrare senza problemi nel cortile del palazzo del Sinedrio, tanto è vero che chiese il permesso alla portinaia di far entrare Pietro in quel cortile quando vi portarono Gesù dopo l’arresto. I dubbi tuttavia restano, poiché non è possibile dare alcuna plausibile spiegazione dell’assenza della madre Maria quando Gesù, dopo la Resurrezione, si rivede con i discepoli.

Non si può tacere del tutto sulla Resurrezione, pur nell’ambito di una ricostruzione razionale del processo e della morte di Gesù. Si può giungere, tuttavia, quanto meno al convincimento che quest’uomo fosse munito di poteri taumaturgici soprannaturali, con quelle fortissime radiazioni che provenivano dalle sue mani, dal suo corpo, e persino dalle sue vesti, tanto che una donna affetta da una inarrestabile emorragia ne era rimasta guarita dal solo averle toccate. Si può pensare che egli abbia emanato una grandissima irradiazione di calore, calcolata in termini di gradi, tanto potente da riportarlo in vita? L’immagine visibile sulla Sindone, che non si è riusciti a riprodurre, è come il negativo di una fotografia, l’effetto di una bruciatura prodotta da una luce intensa. Alcuni scienziati, ipotizzando che una forte irradiazione di calore avrebbe impresso sul sudario l’immagine di lui, son giunti persino a rilevare un maggior calco dell’immagine stessa sulla parte superiore del lenzuolo, come se fosse il segno di una elevazione del corpo dal sepolcro….

Molto coinvolgenti le parole con cui Ernest Renan chiude la sua “Vita di Gesù ”: “Gesù non sarà superato. Il suo culto ringiovanirà di continuo; la sua legge strapperà lacrime senza fine; i suoi patimenti commoveranno i migliori cuori. Tutti i secoli proclameranno che tra i figli degli uomini uno più grande di Gesù non è mai nato”.

                                                                                  Gennaro  Iannarone













PASSI   DEI  VANGELI CANONICI  UTILIZZATI:



(Giovanni, 18, 3), (Giovanni 18, 10), (Giovanni, 18, 19), (Matteo, 26, 56), (Giovanni 18, 15), (Giovanni, 21, 20), (Giovanni 18, 20), (Giovanni 18, 23), (Matteo 26, 57), (Marco 14, 53), (Luca 22, 66), (Marco 2, 27), (Giovanni 8, 6), (Giovanni 8, 9), (Matteo 22, 17), (Matteo 21, 12), (Matteo 26, 56), (Giovanni, 18, 34-38), (Luca 13, 1), (Marco, 14, 3-10), (Matteo 27, 19), (Giovanni 19, 29-35), (Giovanni, 20, 15), (Matteo 27, 55), (Marco (15, 40), (Giovanni 18, 16).

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