IL PROCESSO A GESÙ
Questa ricostruzione del
processo a Gesù viene condotta sulla base dei soli Vangeli canonici (i passi
utilizzati sono riportati in calce), i quali, nonostante qualche non
trascurabile divergenza, sono in definitiva concordi nel rappresentare la
figura umana di un imputato nel momento in cui affrontò i suoi giudici, il
contegno di altissima coerenza e dignità che egli assunse davanti a loro e ai
suoi carnefici.
Gesù fu arrestato la sera
di un giovedì che pare si collochi intorno alla prima decade del mese di Nissan, che corrisponde al nostro aprile.
Avvenne a sera inoltrata, dopo la cena, e dopo la sosta di Gesù e dei suoi
discepoli nell’orto di Getsemani. Era già buio, tanto che le guardie del
Sinedrio portavano lanterne e torce quando giunsero sul posto. Dopo l’arresto, un
po’ movimentato per il vano tentativo di una difesa armata da parte di Pietro,
Gesù venne legato e condotto davanti al grande sacerdote Hanna, nell’edificio
dove aveva sede il Sinedrio, come si
chiamava il Tribunale religioso ebraico. Il grande sacerdote lo sottopose ad un
breve interrogatorio, domandandogli: “Quali
sono le tue dottrine e chi sono i tuoi discepoli”, anche al fine di
arrestare questi ultimi. In verità i discepoli fuggirono tutti, abbandonandolo.
Non li si ritrova poi, infatti, ad eccezione di Pietro e Giovanni in qualche
fase, né durante il processo celebrato dal Sinedrio, né davanti a Pilato, né
lungo la “Via crucis”, né sul Golgota al momento della crocifissione e della
morte, né presso il sepolcro.
Dopo l’arresto Gesù fu
seguito, altre che da Pietro, da un altro discepolo, indicato nel Vangelo come
“il discepolo che lui amava”, da identificarsi in Giovanni. E’ lui che, durante
l’ultima cena, si era chinato sul petto di Gesù chiedendogli: “Signore, chi è che ti tradisce?”. Nel
famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci si nota che, proprio nel momento in cui
Gesù afferma “Uno di voi mi tradirà”,
e gli altri discepoli s’interrogano fra loro o alzano il dito come per dire
“Sono io, Signore?”, Pietro, brandendo con la mano destra un coltello, poggia
la mano sinistra sulla spalla di Giovanni, seduto alla destra di Gesù e gli
parla all’orecchio destro per sapere con chi ce l’abbia il Maestro. Si è
certamente un attimo prima che Giovanni rivolga a Gesù la domanda sull’identità
del traditore, alla quale Gesù risponde dicendo: “E’ colui al quale porgerò il boccone di pane che intingerò”. Sotto
la croce si ritrova soltanto Giovanni, ed al sepolcro Pietro e Giovanni sono di
nuovo insieme, dopo che le pie donne hanno dato l’annuncio di non aver trovato
il corpo di Gesù. Il più giovane dei discepoli arriva per primo alla porta del
sepolcro, vede a terra i pannilini, ma non entra. Pietro giunge poco dopo,
entra e vede, oltre i pannilini per terra, il sudario, ripiegato a parte.
Giovanni è l’unico a
riferire taluni episodi molto significativi attinenti al processo, come l’interrogatorio
di Hanna, il colloquio di Gesù con Pilato, la ferita al costato, ed a tacere,
però, del tutto sul processo davanti al Sinedrio: secondo il Vangelo a lui
attribuito, dopo l’interrogatorio di Hanna Gesù sarebbe stato condotto
direttamente davanti a Pilato.
Ad Hanna, dunque, che lo
interrogava intorno ai suoi discepoli e al suo insegnamento, Gesù rispose: “Ma a me lo chiedi? Io ho parlato liberamente
a tutti, ho parlato nel tempio, non ho mai detto nulla di nascosto a nessuno,
vai a chiederlo a quelli che mi hanno ascoltato che cosa io ho detto”. Gesù,
ben consapevole che la sua condanna era stata già decisa, si mostrò qui tanto
altero da apparire sprezzante, quasi indisponente, tanto che una guardia del
Sinedrio che gli stava a fianco gli mollò un ceffone, dicendogli: “Così si risponde al grande sacerdote?” E
lui replicò: “Se ho parlato male,
spiegamelo; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”.
Nel cortile del palazzo
del Sinedrio c’era un fuoco acceso perché faceva freddo. Accanto a quel fuoco
si fermò a riscaldarsi Pietro, poi costretto ad allontanarsi perché riconosciuto
come uno dei discepoli. Dalla casa di Hanna Gesù fu condotto davanti al Sinedrio,
che secondo Matteo e Marco si riunì in seduta notturna e pronunciò la condanna
a morte appena fu giorno, secondo Luca si riunì appena si fece giorno ed allora
emise la condanna.
Premesso che il nucleo
più importante di ogni processo penale è costituito dai capi d’imputazione,
l’imputato veniva accusato, tra l’altro, di aver dissacrato il giorno del
Signore, affermando che nel giorno del Sabato si poteva lavorare. Gesù aveva
infatti detto: “Il Sabato è stato fatto
per l’uomo e non l’uomo per il Sabato; dunque il Figlio dell’uomo è padrone
anche del Sabato”, volendo significare che la legge (“Santificare le
feste”) va interpretata in modo da consentire il soddisfacimento dei bisogni
dell’uomo, e non nel senso che questi debbano essere sacrificati per adempiere al
rito formalistico del Sabato. Altra accusa era: quest’uomo ha perdonato una
donna sorpresa in flagrante adulterio. In verità, quando gli Scribi e i Farisei
gli chiesero, per provocarlo e poi accusarlo di aver violato la legge di Mosè, se
dovevano lapidarla o meno, Gesù si trovò in difficoltà nel valutare quella
situazione, tanto che, chinatosi, si mise a scrivere per terra con il dito. Poiché
essi insistevano nella domanda, alzatosi, pronunciò la famosa frase: “Scagli la prima pietra chi è senza peccato”
e si chinò di nuovo a scrivere in terra, verosimilmente senza guardare più la
scena, quasi per prendere le distanze da ciò che sarebbe accaduto. Essi allora se
ne andarono l’uno dopo l’altro, a cominciare dai più vecchi. Rimasto solo con
la donna, che stava là in mezzo, si avvicinò a lei e le chiese: “Donna, dove
sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata? La donna rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù: Neppure io ti condanno; va, d’ora innanzi
non peccare più”. Non fu un perdono, ma una via per evitare l’esecuzione
della condanna a morte, inconciliabile con la sua dottrina dell’amore.
La cacciata violenta dei
mercanti dal Tempio fu un altro grave capo d’imputazione, essendosi posto Gesù contro
la ricca borghesia del tempo. Dicevano ancora i suoi accusatori: quest’uomo se
la fa con le prostitute e con i pubblicani, cioè con gli esattori delle tasse
per Roma, che gli Ebrei naturalmente non potevano tollerare. Ad una delle tante
domande provocatorie dei Farisei lui aveva infatti risposto: “Date a Cesare quel che è di Cesare, date a
Dio quel che è di Dio”. E con queste parole mise una prima firma sotto la
sua condanna a morte, perché così influenzò anche la scelta finale fra lui e
Barabba. Tuttavia, la più grave delle accuse, su cui si soffermò l’istruttoria
del processo davanti al Sinedrio, fu di ordine religioso. Lo accusarono infatti
di aver detto: “Io distruggerò questo Tempio
e lo riedificherò in tre giorni”.
Il Sinedrio, composto dai
capi delle ventiquattro classi sacerdotali dei Sadducei e dei Farisei, dagli
anziani e dagli Scribi e presieduto dal sommo sacerdote, costituiva l’Alta
Corte di giustizia ebraica. Su quella gravissima minaccia di distruzione del Tempio
furono chiamati a deporre alcuni testimoni, ma essi non risultarono perfettamente
concordi nel riferire l’episodio, com’era invece prescritto dal Codice Talmud, e non poterono perciò costituire
una prova certa. Allora intervenne il sommo sacerdote Caifa, genero di Hanna,
il quale capì di avere davanti a sé una personalità non comune, governata
dall’utopia di un mondo di amore, dalla visione di una vita spirituale
altissima, un uomo convinto di essere venuto in terra a salvare l’umanità
intera dal peccato, di essere, insomma, il Messia annunciato dalle Sacre
Scritture ed atteso dal popolo ebraico. Vista fallita la prova testimoniale, Caifa
si alzò in piedi e pose a Gesù la domanda di fondo: “Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Messia, il Figlio
di Dio” e lui rispose “Tu l’hai
detto, anzi vi dico: ormai vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra dell’Onnipotente
e avanzare sulle nubi del cielo”. Caifa allora si stracciò le vesti,
gridando: “Ha bestemmiato! Che bisogno
abbiamo più di testimoni? L’avete sentita la bestemmia? Che ve ne pare?”, ed
i componenti del Sinedrio sanzionarono: “E’
reo di morte!”
Gesù non fu dunque
condannato per uno dei “capi d’imputazione” per i quali era cominciato il
processo, ma la sua posizione, già molto critica in relazione alla minaccia di
distruzione del Tempio, si aggravò definitivamente sotto l’accusa di bestemmia,
per essersi proclamato il Messia, il Figlio di Dio, per giunta davanti al
Sinedrio, i cui componenti divennero testimoni e giudici nello stesso tempo. La
condanna alla pena di morte divenne dunque inevitabile, ma per eseguirla
occorreva la ratifica del Governatore romano.
Per Ponzio Pilato, che apparteneva
ad un’altra religione, non significava nulla che l’imputato si fosse proclamato
Figlio di Dio. Perciò i suoi accusatori lo presentarono a lui come un malfattore, precisando in quella sede: “Costui
dice di non pagare il tributo a Cesare, sobilla il popolo e afferma di essere il
Re dei giudei”. Cambiarono versione rispetto alla condanna del Sinedrio: non
“il Messia, il Figlio di Dio”, ma “il Re dei Giudei”. Gli chiese Pilato: “Sei il Re dei giudei?” Allora Gesù
disse: “Io sono Re, ma il mio regno non è
di questo mondo e sono venuto a predicare la verità”, al che Pilato, non
incline come romano a concepire idee astratte come la virtù o la verità, pose, quasi
fra sé e sé, la nota domanda “Quid est
Veritas?”, come se stesse snobbando Gesù, tanto è vero che uscì subito fuori
a parlare con i Giudei, senza attendersi da Gesù una risposta, poiché aveva già
in mente da un lato di non poter assolvere l’imputato dalle accuse e dall’altro
di voler proporre al popolo, secondo l’usanza, la liberazione del prigioniero.
Rientrato nel pretorio, si rivolse di nuovo a Gesù, dicendogli: “Lo senti quante te ne dicono contro?”.
Gesù taceva e questo silenzio lo meravigliò molto, e nel contempo lo turbò,
quasi che la sua autorità venisse sminuita da quel silenzio, dalla dignità e
dalla fierezza di quell’atteggiamento. Ciò spiega abbastanza le parole
successive con cui tentò di ridare importanza e prestigio al proprio potere: ”Ma lo
sai che da me dipende la tua vita o la tua morte? Io ho il potere di farti crocifiggere oppure di salvarti”. Gesù gli
rispose: “Tu non avresti questo potere se
non ti venisse dall’alto”.
Queste sono le parole più
grandi che ha detto Gesù nel corso del suo processo. Sono di una tale forza che
indussero al rispetto persino Federico Nietzsche, che pure aveva scritto l’Anticristo”. Così Nietzsche: “Quest’uomo in quel momento, mostrandoci con
quale coraggio e dignità ha trattato da imputato i suoi giudici e carnefici, ci
ha insegnato a vivere”. Bisogna riconoscere che i giudici del Sinedrio,
sebbene prevenuti, in quanto avevano deciso di crocifiggerlo già prima di
arrestarlo, celebrarono ad ogni modo un rito formalmente ortodosso, incentrando
il processo sulla ricerca di una prova certa della minaccia di distruzione del
Tempio e pronunciando la sentenza di condanna a morte per un reato commesso
davanti a loro, la bestemmia, per il quale era prevista la massima pena. Pilato,
non sospettabile come giudice prevenuto, celebrò invece un processo sommario,
sbrigativo, un “non processo”. Tuttavia, ostile ai riti religiosi ebraici,
tanto che aveva fatto uccidere alcuni Galilei mentre offrivano il sacrificio al
Tempio, fece l’estremo tentativo di salvare Gesù dalla pena di morte stabilita dal
Sinedrio molto probabilmente perché indottovi da una raccomandazione che la
moglie Procula gli aveva fatto pervenire mentre sedeva al Gabbata, nel momento in cui stava per decidere. L’unico serio aiuto
che ebbe Gesù, tanto che Procula è stata proclamata santa dalla Chiesa Ortodossa greca. La proposta di Pilato
non fu però accolta dalla folla, che, istigata dalla casta sacerdotale, chiese
la liberazione di Barabba. Arrestato a seguito di un tumulto per motivi
politici in cui aveva anche commesso un omicidio, e considerato un prigioniero
politico, Barabba era considerato dal popolo come uno degli uomini forti da cui ci si poteva
aspettare la lotta contro il dominio di Roma per la liberazione della
Palestina. Non era solo, ma altri movimenti di ribellione a Roma agivano allo
stesso scopo, riuscendo successivamente ad aggregarsi sotto la guida di Eliazar,
preoccupando a tal punto Roma che l’imperatore Tito, nell’anno 70 d.C., fece
radere al suolo Gerusalemme. Forse Barabba era legato a Giuda ed è anche verosimile
che Giuda abbia tradito per una divergenza di vedute politiche, avendo Gesù
assunto una posizione chiaramente pacifista, o anche per una contestazione
della posizione di leader di lui, come emerge dall’episodio dell’ ”Unzione di Betania”, cui seguì, subito dopo,
la decisione di Giuda di presentarsi ai
gran sacerdoti per consegnare loro Gesù.
Pilato lasciò dunque Gesù
al suo destino. Lo condussero quindi ad un luogo detto Cranio in lingua ebraica Golgota, dove, prima di crocifiggerlo, gli
diedero da bere vino misto a fiele o vino mirrato, una sorta di narcotico che
serviva ad attenuare le atroci sofferenze dell’inchiodatura sulla croce, ma lui
lo rifiutò. Un membro del Sinedrio, Giuseppe di Arimatea, che più di un
evangelista definisce discepolo occulto di Gesù, e del quale Luca dice
addirittura che non votò nel Sinedrio per la condanna, si fece avanti a
chiedere a Pilato il corpo di Gesù. Pilato accolse la richiesta, dopo aver
chiesto, non senza meraviglia, se fosse già morto, dato che erano trascorse
poco più di tre ore dalla crocifissione. Sotto la croce vi erano i soldati
perché si temeva addirittura che per fanatismo si potesse staccare il corpo dalla
croce quando era ancora vivo. I condannati non morivano subito ma duravano a
lungo sulla croce, per cui si usava spezzare loro le ginocchia (cosiddetto crurifragio), per abbreviargli le
sofferenze, giacché l’abbassamento del corpo e la stretta delle braccia sul
torace provocavano in breve tempo la morte per asfissia. Il crurifragio fu praticato agli altri due
crocifissi, ma non a Gesù perché si accorsero che era già morto. Probabilmente
Gesù morì per un infarto o per un altro improvviso accidente, che spiegherebbe
il forte grido che emise prima di spirare.
Per avere conferma dell’avvenuta
morte, un soldato romano trafisse con la lancia il costato di Gesù, da cui
fuoruscì sangue ed acqua. Dell’episodio della ferita al costato, l’unica
mortale, riferisce soltanto Giovanni, che si dichiara testimone oculare, ed
invita tutti a credere a quanto da lui asserito. E lo fa con tale fermezza da
indurre a pensare che forse era sorta qualche diceria sull’effettiva morte di
Gesù sulla croce. La sicurezza di Giovanni, la forza con cui esprime le sue
certezze, come si evidenzia anche da altri passi del suo Vangelo, rafforza
anche la credibilità di altre sue asserzioni.
Giuseppe di Arimatea
chiese dunque il corpo di Gesù ed ottenutolo provvide a farlo deporre con un
lenzuolo dalla croce ed a farlo seppellire in un sepolcro che aveva da poco
costruito nel suo orto. Una indiretta conferma si avrebbe nel fatto che Maria
Maddalena scambiò per l’ortolano Gesù risorto che le camminava a fianco, prima
che lui, chiamandola per nome, le si rivelasse.
Questo è il processo a
Gesù.
La libera interpretazione
delle fonti evangeliche induce a porre in discussione la presenza della Madonna
sotto la croce. Maria non c’era lungo la “Via
crucis”, in mancanza di qualsiasi cenno al verosimile strazio di una madre
che segue un figlio condotto al patibolo. C’è invece un’altra donna, la Veronica,
che gli asciuga il viso madido di sudore e di sangue, oltre all’uomo di Cirene
che stava appena tornando dalla campagna e che i soldati romani costringono a
portare la pesante croce fino al Golgota in aiuto al condannato, di gracile
costituzione. Non c’era Giovanni, e neppure Pietro, poiché, dopo aver rinnegato
il suo Maestro, era uscito fuori del cortile del Sinedrio e si era allontanato.
I Vangeli sinottici riferiscono
concordemente che al momento della crocifissione “le donne osservavano da lontano”.
Secondo Matteo sotto la croce c’erano Maria Maddalena, Maria la madre di
Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Marco, oltre alle prime
due pone una certa Salomè. Luca parla genericamente delle donne che avevano
seguito Gesù dalla Galilea. Secondo l’evangelista Giovanni sotto la croce c’erano
la madre, la sorella di sua madre, detta Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Lui (“…il discepolo che egli amava…”) si colloca a
fianco alla Madonna, riferendo le parole di Gesù: “Madre, questo è tuo figlio, figlio, questa è tua madre”. Di una
certa importanza sono gli argomenti che rendono inverosimili le presenze della
Madonna e del discepolo Giovanni sotto la croce, ma un’attenta analisi degli
stessi Vangeli può contrastarli. Se l’arresto fu del giovedì sera, dopo la
cena, ci volevano tempi lunghi perché la notizia giungesse a Nazareth e perché
Maria potesse raggiungere il Golgota. Nazareth dista da Gerusalemme 93
chilometri, a quei tempi una giornata di cammino, come ci informa Luca quando
parla del dodicenne Gesù che si trattenne a parlare con i dottori del tempio
all’insaputa dei genitori. I tempi necessari di percorrenza con i mezzi
dell’epoca mancavano quindi assolutamente a Maria, tanto più per essere
presente lungo la “Via Crucis”. Anche
la sua assenza presso il sepolcro al momento della Resurrezione desta
perplessità, non parlandone nessuno dei quattro evangelisti, pur essendovi, al
terzo giorno, il tempo per raggiungere Gerusalemme. Quanto a Giovanni, dovendo
ritenersi che i discepoli erano ricercati dalle guardie del Sinedrio, come si
desume dal tenore dell’interrogatorio di Hanna ed anche dalla paura che indusse
Pietro a rinnegare tre volte il suo Maestro, sembra strano che lui si sia posto
sotto la croce con il rischio di essere identificato ed arrestato.
Non mancano, tuttavia,
argomenti che contrastano tali dubbi. La Madonna poteva trovarsi non più a Nazareth
ma ad Emmaus presso la sorella Maria di Cleopa. E proprio il fatto che sia la Madonna
che Maria di Cleopa compaiano soltanto nel Vangelo di Giovanni è di conforto
all’ipotesi che le due donne siano venute insieme dalla vicina Emmaus, distante
circa undici chilometri da Gerusalemme, luogo di nascita di Alfeo, marito della
Maria di Cleopa. L’assenza lungo la “Via Crucis” si spiegherebbe con un ritardo
nell’apprendimento della notizia e la mancata visita al sepolcro potrebbe
essere ricondotta ad una spontanea ed autonoma iniziativa di Maria Maddalena e
delle altre pie donne, rimasta ignota alla madre di Gesù, o da quest’ultima evitata
per l’emozione e per l’età anziana. La temerarietà di Giovanni sarebbe esclusa,
se è lui il discepolo conosciuto dal grande sacerdote, libero di entrare senza
problemi nel cortile del palazzo del Sinedrio, tanto è vero che chiese il
permesso alla portinaia di far entrare Pietro in quel cortile quando vi
portarono Gesù dopo l’arresto. I dubbi tuttavia restano, poiché non è possibile
dare alcuna plausibile spiegazione dell’assenza della madre Maria quando Gesù,
dopo la Resurrezione, si rivede con i discepoli.
Non si può tacere del
tutto sulla Resurrezione, pur nell’ambito di una ricostruzione razionale del
processo e della morte di Gesù. Si può giungere, tuttavia, quanto meno al
convincimento che quest’uomo fosse munito di poteri taumaturgici soprannaturali,
con quelle fortissime radiazioni che provenivano dalle sue mani, dal suo corpo,
e persino dalle sue vesti, tanto che una donna affetta da una inarrestabile
emorragia ne era rimasta guarita dal solo averle toccate. Si può pensare che
egli abbia emanato una grandissima irradiazione di calore, calcolata in termini
di gradi, tanto potente da riportarlo in vita? L’immagine visibile sulla
Sindone, che non si è riusciti a riprodurre, è come il negativo di una
fotografia, l’effetto di una bruciatura prodotta da una luce intensa. Alcuni scienziati,
ipotizzando che una forte irradiazione di calore avrebbe impresso sul sudario l’immagine
di lui, son giunti persino a rilevare un maggior calco dell’immagine stessa
sulla parte superiore del lenzuolo, come se fosse il segno di una elevazione
del corpo dal sepolcro….
Molto coinvolgenti le
parole con cui Ernest Renan chiude la sua “Vita di Gesù ”: “Gesù non sarà superato. Il suo culto
ringiovanirà di continuo; la sua legge strapperà lacrime senza fine; i suoi
patimenti commoveranno i migliori cuori. Tutti i secoli proclameranno che tra i
figli degli uomini uno più grande di Gesù non è mai nato”.
Gennaro Iannarone
PASSI DEI VANGELI CANONICI UTILIZZATI:
(Giovanni, 18, 3), (Giovanni 18, 10),
(Giovanni, 18, 19), (Matteo, 26, 56), (Giovanni 18, 15), (Giovanni, 21, 20), (Giovanni
18, 20), (Giovanni 18, 23), (Matteo 26, 57), (Marco 14, 53), (Luca 22, 66),
(Marco 2, 27), (Giovanni 8, 6), (Giovanni 8, 9), (Matteo 22, 17), (Matteo 21,
12), (Matteo 26, 56), (Giovanni, 18, 34-38), (Luca 13, 1), (Marco, 14, 3-10),
(Matteo 27, 19), (Giovanni 19, 29-35), (Giovanni, 20, 15), (Matteo 27, 55), (Marco
(15, 40), (Giovanni 18, 16).
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