domenica 23 febbraio 2020

SILLOGE 1 DI POESIA


 1) Parto distocico
Apparve di necessità, mi dicevi,
padre, che fossi tirato fuori a pezzi
senza pietà, quando ti oscillò sul capo
il pesante pendolo di due vite in bilico.
Per il bambino, che a sorpresa
venne alla luce intero, disegnasti
una vita lineare, compatta come la tua.
Ah, se fossi vissuto tanto da vedere
in quanti frantumi si è sparsa
quell’anima intera!
2) Fratelli di latte
Ebbi solo fratelli e sorelle di latte,
succhiato da mamme improvvisate,
radicato in così poco il simulacro
di un fraterno affetto sconosciuto.
In qualche raro giorno d’estate
passavi come un’apparizione, Delia,
nell’angusto vicolo dirimpettaio.
In quel breve spazio un mio sorriso
felice raccoglievi, io una emozione
dalla rapida luce dei tuoi occhi.
Sei poi svanita, voci silenti o rare
sono di te ignare e nulla sanno
del mio ricordo che ancor vive.
3) Nozze d’amore
Con quanta traboccante gioia io ti attesi
sull’altare della rosata chiesa sorrentina,
mentre la bellezza del tuo volto non lieto,
saliva pensosa il limitar di quelle scale.
Io mi son un che quando amor m’ispira,
il pensier mio si strugge e allor si chiede
se non fu già la vita a separarci l’anima, 
prima del tuo doloroso, annunciato morire.
4) La sua prima scuola
Per una lunga e tortuosa strada le ruote
ordinano nella memoria su binari certi
una lontana realtà vissuta, e i casolari
disabitati, dai mattoni ancora scoloriti,
si affacciano agli sbocchi delle curve
come a salutare un vecchio come loro.
Vedono carico il bagaglio dei ricordi
della prima scuola della sua Liliana,
Cervinara, Tufara, Roccabascerana.
Qui finì il tempo in cui, con il pianto,
accettava supplenze di una settimana.
Finite le delusioni, le ingiuste attese,
baciò felice i banchi dei suoi scolari.
5) L’ultima dimora
Il fresco di montagna e la mia casa natia
posero fine ad una torrida luna di miele.
Nei piccoli, cari tre vani di Santa Lucia
ti sentisti già madre, lo fosti ad Avellino.
Crebbero i figli nelle case ai Cappuccini,
ma non erano nostre. Cottage e giardino,
sul declivio del collinare Montefredane,
per il mio desiderio di libertà e di verde,
ed ampia arena per i giochi dei bambini,
costante tentazione alle fughe d’amore.
Per vent’anni d’Abruzzo il grigio mare 
donò invece delle vacanze tutte uguali.
Alfine entrammo nella nostra bella casa,
ma dalla realtà di un sogno un risveglio
molto amaro ci aveva riservato un Dio.
Imprevisto progetto la tua ultima dimora,
stravolse ogni piano il breve tuo viaggio.
6) Morte dei genitori
Io non vi fui accanto, mi trovai lontano.
L’ingiustizia di un Dio, adorato padre,
recluse voi nello studio al pianterreno,
vi sprofondò entrambi in quella stanza,
come in una cella d’attesa della morte,
ove l’amor tuo consumò l’ultima follia.
Lei colse il sonno all’alba del Battista,
tu cacciasti via il mondo dal tuo cuore
prima che al solstizio rinascesse il sole.
Io non vi fui accanto, mi trovai lontano.
7) Meriggio sonnolento
Nel meriggio sonnolento c’è il timore
di squilli di telefono, di porte malchiuse 
ai rintocchi del cucco e della pendola,
al fischiante vortice della lavatrice,
allo sciacquio della lavastoviglie,
al tremito stridulo del frigorifero,
che riprende il suo ciclo.
Poi tutto è fermo, e ora son fasciato
in un letto dove mi pare d’esser solo….
Il pensiero di te è ancor sospeso
come la promessa di un bacio.
Se mi rileggo, sento che, forse,
quando l’ho scritta già dormivo,
e i versi mi son giunti che sognavo.
Certo ch’era disteso il corpo mio,
e il volto tuo, vicino, più che vivo.
8) Meriggio pensoso
Se portassi con te il cuscino dei nostri pomeriggi
per avvolgerlo nella federa del letto di casa tua,
nulla ti resterebbe del profumo della mia pelle?
Penseresti alla notte che s’avvicina,
a me che son lontano?
Forse vivi ancora nel luogo dei tuoi sogni,
forse ancora una volta hai perso la parola.
Ma i pensieri son densi, per non sentirmi,
per non sentirti sola.
Nei nostri intervalli di cuore c’è un battito
d’ala spezzata da un colpo del destino,
che continua un volo radente.
9) Meriggio triste
Nel meriggio tardo si sente solo l’oscillare
della pendola dietro all’impossibile tempo.
Nere manopole, irritate dall’inutile palpitare
di rosse spie, attendono una mano che le acquieti.
Un’acqua appena munta ingravida un boccale,
si sente priva di una effervescenza di colori.
Fanti e Cavalieri sono fermi sulle lor caselle,
né vale a confortarli dell’inerzia la bella vista
d’una clessidra d’oro che hanno per Regina.
Un respiro di densa nebbia entra dai balconi
aperti a doppia anta. Fiochi lampioni, tremuli
come lucciole, negli abeti della stagnante piazza.
10) Crepuscolo al paese
Mi dicono quaggiù le foto delle lapidi
che son blanditi, solitari e tranquilli,
sotto le brillanti stelle, dal ricordo
di un brulicar di passi sotto i balconi.
Il crepuscolo incombe su vie desolate,
solo il silenzio è padrone nelle case,
dove nel buio nessuna fronte sogna.
Cigola un lampione e la sua lampada
quando il vento, risalendo dai vicoli
d’intorno, si frantuma al crocicchio
e in un sibilo sinistro si dissolve.
11) Chiarità della notte
Folle è il mio desiderio, quasi costante,
di annullar la notte, come per non morire,
dal calar del crepuscolo fino a ritrovare
quel tenue chiarore che eguale riappare
sulla linea d’orizzonte ove si adagiano,
sparute isole di luce, due piccoli paesi.
Calate ormai da tempo Luna e Pleiadi,
essi solo mi fanno ancora compagnia,
anche senza dono di vento che mi rechi
qualche rintocco dai lontani campanili.
Appena sento il primo timido uccellino,
mi distendo lieto nel mio letto solitario.
Dalle persiane filtra un barlume chiaro,
mentre io mescolo alla gioia del mattino
il felice pensiero di aver sottratto la vita,
solo un briciolo, all’ingordigia della notte. 
12) Natio borgo straniero
Se mi trovi sulle antiche pietre del borgo natio,
portami presto via, dovunque ti piaccia andare.
Non lasciare che resti in questo luogo straniero,
ove non sento più corrispondenza con alcuno.
Non ho chiesto l’identità ai giovani, pur attratto
dai volti per istintivo affetto. Temevo di scoprire
un motivo di tristezza nel saper delle radici loro.
Il mio cuore ha ormai terminato tutte le sue visite.
Sulle strade che disegnano con una perfetta trama
l’intrecciarsi di vicoli lucidati dalla notte umida,
da ogni porta gli ha parlato l’ombra di un amico,
da ogni stella ha udito una voce non straniera.
13) Fine del Diritto
Mio adorato padre, ora per ogni tuo libro
c’è più respiro, di meno in me, che dispero
di riordinarli ancora al ritorno dell’estate.
Legge e dottrina, con la logica e il cuore,
non t’inganneranno mai, mi hai insegnato.
Al suono di campana del mio ultimo giro,
un forte impulso a distruggere ha segnato
l’ora notturna, fatale alle giurisprudenze.
Una fine illegale, una discarica abusiva
ha riservato loro il giusto contrappasso
al tanto di disumano che hanno sparso.
Adesso è tornata la tua figura essenziale,
ogni testo sacro e giusto al posto giusto.
Anche tu e mamma non state più lontani,
ma al suo sorriso tu affianchi la mestizia.
E nei dipinti così rimarrete, inseparabili, 
senza il suo brio, tu non potevi esistere.
Ti riguardo, mi hai letto nel pensiero,
hai accennato, grazie, un sorriso lieve.                          
14) Fiore di stoffa
Chi vide lo splendore dei tuoi vent'anni
sulle bianche strade del mio paese natio
credette che fossi un’amica, vera o finta,
non la fedele allieva che da poco viveva
nel mondo del diritto con una fede cieca,
innamorata delle verità di un Tribunale.
L’ampio panorama che ti si aprì davanti
ti parve l’incanto preparato da un mago.
Era invece reale. Solo io m'ero già calato
nel mondo della finzione, ove si racconta
sempre lo stesso fatto, né sorpresa alcuna,
dov’è scritta tutta la storia e il suo finale.
Non v’era più posto per una figura antica,
il maestro che ammiravi s’era trasformato
in un bel fiore di stoffa, per non appassire.
15) Anteo deluso
Non giova la fuga improvvisa dalla città
per dare un sollievo al tuo mal di vivere.
Non giova un veloce, spericolato viaggio,
sulla tortuosa strada che sale sempre più,
supera rombando tornanti a te ben noti,
ti investe con i suoi cangianti panorami,
perché si avvita anche nella tua anima,
arrecando, con ogni giro, altro dolore.
Stai cercando una risorsa nelle origini,  
il letto ove nascesti, il piccolo convento
nella piana, altare della tua prima fede?
Eri un ragazzo allora, quel serafico frate
ora non c’è, nessuno ti può più ascoltare.
Ridiscendi per la strada che ti riconduce
alla città, ti sentirai avvolto da vertigini,
ma non cadrai nel vuoto. Capirai, invece,
ch’è stolto tornare alle origini, è un mito,
Anteo, che non ha più valore per l’uomo
slegato dalla terra, in volo con la scienza.
Deluso rientrerà nel quotidiano affanno,
quando avrà termine il vano girovagare
in tutti i mondi estinti o soltanto virtuali.
Forse è meglio che s’illuda di risorgere
con un viaggio nelle strade dell’anima,
sono tante per cercare ciò ch’è morale,
per ritrovare dov’è amore, e dominare
il nuovo che cresce dentro e lo travaglia.





16) Il quadro di Gesù
E’ di nuovo a casa l’ovale del tuo ritratto,
riportato fra quei compagni che qui avevi.
Alla destra c’è il possidente di campagna,
bello e pasciuto, soddisfatto, e più sereno
del gentiluomo barbuto e di nobile casata
che sta dall’altro lato, pure lui in un ovale. 
Coi suoi begli occhi verdi, pieni di mistero,
pare guardi solo nel vuoto che gli è dentro.
L’agrario ha un occhio strabico, e lo gira
verso il nobile con sorriso d’ironia sottile,
sembra che voglia dire che una vita ricca
val più di grandi amori, o di freddi ideali.
Tu stai in mezzo a loro, mio Gesù, pensoso,
immagine di giovane bello, pien di fascino,
il finale destino sulla Croce è annunciato
dalle gocce di sangue che hai sulla fronte.
Il tuo sguardo giunge di certo al Golgota,
vedi ai tuoi lati due compagni di sventura.
Uno di loro non t’insultò, fu con te buono,
chissà perché anche per lui vi fu la croce.
Lontano dal suo cuore non ti aveva posto
per la vita ingorda o per un’anima vuota.



17) Paura dell’attesa
Non sopporto più d’aspettare solo, in malinconia,
il momento in cui avrò paura che si fermi il cuore.
Io lo penso qui, in questa casa, l’ultimo mio gesto,
il respingere da me il dolce, oscuro accostamento,
o il recalcitrare ad un violento e doloroso artiglio,
che arpioni e blocchi la mano sul telefono d’aiuto,
che mi sbarri anche la via per strisciare in bagno,
dove poter esalare un rigurgito, acido di terrore.
Cacciato via dall'ansia sulla strada, spinto in auto,
il motore si accende ma disorientate son le ruote,
unica guida diviene lo spavento, che a te mi porta.
Appena mi vedrai giungere, distrutto dal travaglio,
deportami su un monte brullo, o in una grotta buia,
stammi vicina, stretta, conforto sii al passo estremo.
18) Cella  di  San Pio
Se una vita a un’altra è tanto fortemente unita,
non ha spazio il pensiero della morte che separi,
c’è il confine dell’anima che non si può varcare.
Ti attenderò a lungo, e forse ti chiederò di dirmi,
quando sarai al mio fianco nella cella di san Pio,
a chi ancora hai amato raccontare di questa fiaba
non ancor finita, tu che mai da me non fia divisa.





19 Un viaggio sognato

.....................................We are such stuff
As dreams are made on ; and our little life
Is rounded with a sleep...............................
(Shakespeare, La tempesta, Atto IV, Scena I)
               
Destinazione certa, con strada segnata,
percorso non difficile, con chiara meta,
non viaggio ignoto per porti di nebbia.
Ma io, come nel sonno, ebbi ad entrare
in quella strada che si rivelò una selva,
dove una luce solo a sprazzi giù cadeva
da spogli alberi di autunno, e stampava
in terra ombre istantanee di una figura
dal cammino incerto di un sonnambulo.
Altro e più intenso chiarore m’illuminò,
allorché smarrito rimasi tra il fogliame
fitto, e ai miei passi aprì l’ultimo varco.
Era però solo parvenza di attinta meta,
in altro bosco il mio viaggio procedeva,
ove non v’era sentiero che avesse lume.
Una sola lucerna sul capo mi pendeva,
una piccola falce della cangiante luna.
Volevo invece la stella senza tramonto,
la polare immobile, che mi orientasse,
fino all’uscita da quella foresta oscura.
Ero stanco del cammino interminabile
in una notte assurda senza mutamento.
Quando spicchi di cielo mi sorpresero
e girai il mio sguardo ansioso intorno,
vidi un’incerta alba in una nube rosa,
ma tardando l’ampiezza di pieno sole,
innanzi a me l’occhio non si spingeva.
Solo quando fu diradata la boscaglia,
mi si aprì davanti una verde radura,
che cingeva un lago di acque chiare,
sfiorate da raggi di una radente luce.
Vi danzava superbo un bianco cigno,
con un bellissimo canto, forse ultimo,
che ammonirmi pareva che in visioni
d’arte e di poesia era finito il viaggio
della mia vita, per il resto sognato.
20) Il Destino e l’Anima
Ora puoi ben vederli in questi righi, o padre,
i segmenti attraversati da quell’anima intera.
Se la mia vita, segnata dal tuo saggio cuore,
ha perduto la rotta e troncato il tuo progetto,
è stata proprio un’anima integrale a indicare
al suo treno i percorsi su binari di un metallo
che luccicava di speranza. Scambi perfetti
hanno deviato i viaggi per le realtà nuove
che mostravano sicura bellezza da lontano.
Io penso spesso alla tua grande meraviglia,
talvolta immagino il giudizio che hai dato,
papà, alle impreviste svolte che la volontà
mia di non soccombere, forzata dal destino,
ha imposto alla mia vita. La toga dismessa
è l’immagine che più di altre mi fa chinare
gli occhi davanti al tuo ritratto dello studio,
quando iniziano i colloqui con te e mamma,
a Frigento, dove spesso mi fermo a parlarvi,
o qui, ove su chiara parete sono i vostri volti.
Il coraggio di guardarti torna, però, se penso
ai fili eterogenei, non visibili, nella tessitura
del mio avvenire, se vedo nel telaio l’autore
di un miscuglio di cui non fosti consapevole.
Sicuro di avermi insegnato quel che bastava
per seguire la carriera sulle tue stesse orme,
ti sfuggì che nella sensibilità del tuo figliolo,
oltre alla scienza pregna di freddo raziocinio,
era entrato anche amore per musica e poesia,
per la letteratura e per tante altre conoscenze,
che avevi trasmesso a lui con passione eguale.
Il disamore per la cassazione lo sento dentro,
è così viscerale che par discenda per li rami.
Tu che mi dici, adorato padre, se ti racconto
che le carte erano tutte in regola per la toga
d’ermellino, ma io non desiderai indossarla,
neppur lo volli vedere quel tempio del diritto,
di cui tu spesso ti divertivi a storpiare il nome,
quando il rituale cieco e formale sconcordava
con il tuo senso di giustizia? Lo senti estraneo
il seme di questo mio uguale disamore, o è tuo,
ed insieme al fascino di un’attrazione culturale
ha giocato un ruolo nel respingermi da Roma?
Non mi puoi apparir dubbio, devi pur pensare
al tuo amore per il teatro, al tuo incomparabile
Shakespeare. Padre, quante volte l’ho inserito
nel cartellone del teatro! E con lui Pirandello,
Shaw, Miller, e poi la musica che tanto amavi.
I balletti di Cajkovskij ci sono stati ogni anno.
Sarebbe stato un dono al tuo cupo pessimismo
il Requiem di Mozart, ha aperto una stagione.
Quanta gioia se l’avessimo ascoltato insieme!
Vicino, invece, a tratti, e durante il Lacrimosa
sempre accanto mi fu il pensiero d’una tomba
che aveva raccolto mamma, te e anche Liliana,
come un buco nero non sazio di cadenti foglie,
che nel breve arco di un anno, come un lampo,
aveva agognato risucchiare anche un’orchidea.
Meglio che con tempismo anticipaste l’uscita
dalla vita, che tanto era sommersa dal dolore,
che pur un esiguo spazio era difficile trovare
nell’afflitto cuor vostro al piangere del figlio,
dopo il più grave lutto che di lì a pochi mesi
avrebbe frantumato le nozze ancor d’argento.
Questa fu la frattura di me ancor più tragica,
una tempesta che da anni nel cuor mugghiava
nascostamente, e ricomparve come la bufera
che anche me avrebbe spazzato via, se i figli
e il lavoro nella mia ancor viva magistratura
non mi avessero confortato la vita che seguì.
Mamma, ora non rabbuiarti, come mi appari
nella foto in cui abbracci tua nipote Carmen,
non mi far pensare che dopo la trepidazione
per l’incerto prosieguo solitario di tuo figlio,
mi stia ora censurando di essermi consolato
anche con amor di donna, ora fuori di scena.
Mi sembra più comprensivo il volto di papà,
il qual diceva che l’attrazione fisica da sola
giustificava anche una lunga storia d’amore,
scambiata dagli amanti per spiritual legame.
Ti prego, mamma, parla a questa tua severità
e, per calmarne l’impulso, dille che fu scudo
quell’amore, per il tempo non breve che durò,
alle varie occasioni non colte di nozze nuove.
Non ho parlato invano, genitori più che amati,
di un’anima integrale cui è toccato difendersi
dai duri colpi del destino che hanno spaccato
prima una coppia maritale, poi un bel mestiere.      
Lotta tra Anima e Destino, il Quarto Concerto,
ricorderai, padre, quante volte ci ha emozionati
entrambi. Pur nel tuo pessimismo, incoraggiavi
la mia vita, dicendo che vince sempre l’anima.
Completo il tuo credo: un’anima e la passione!
Viaggiavo verso il nostro paese, vicina l’estate,
portando sempre con me, troncone di uomo solo,
la cassetta registrata di quell’Andante con moto.
Il suono del pianoforte mi cullava, poco coperto
dal rombo del motore. Un tutt’uno era il suo tema
coi dolci tornanti, man mano che la strada saliva,
ma le note d’orchestra, la voce del Destino crudo,
serravano in gola nodi che tanto mi stringevano
da togliermi il respiro. La casa, per me deserta,
come un ultimo rifugio per acquietar l’angoscia,
trovavo così vuota, triste, che presto richiudevo,
lasciandovi dentro un odore di deprimenti muffe.
Ora invece, di sera, delle voci di coppie festose,
di indovinelli premiati, di barzellette e di risate,
e delle note gioiose di un karaoke risuona felice.
Son passati vent’anni da quelle tristi scalate. Voi,
sempre là sulla parete, immortali, vi meravigliate
sempre di più di un miracolo in cui non speravate.
O Miracol d’amore!, canta Carlo Gesualdo. Papà,
non ascoltarla quella musica, a te non può piacere,
ma della sua anima, che dopo una vita disgraziata,
vuole inondare il mondo della sua gioia, che pensi?
Io credo che anche dietro a quegli ultimi madrigali
ci sia un amore, un’altra donna stavolta misteriosa.
Ma la mia donna, fonte di incommensurabile gioia,
che si è collocata tutta dentro al cuore, non è segreta.
Credo che nessun altro sorriso l’abbia festeggiata
come quello di mamma. Ma c’è anche il tuo sorriso,
quello della serenità che rivelavi dopo una sentenza.
Hai visto Anna, le volte che è entrata nel tuo studio,
hai osservato i suoi grandi occhi che versano bontà,
e allora hai capito, guardando nel cuore di tuo figlio,
che soltanto con lei ha potuto ricomporre la sua vita.

Fine

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