1)
Parto distocico
Apparve di
necessità, mi dicevi,
padre, che fossi
tirato fuori a pezzi
senza pietà,
quando ti oscillò sul capo
il pesante pendolo
di due vite in bilico.
Per il bambino,
che a sorpresa
venne alla luce
intero, disegnasti
una vita lineare,
compatta come la tua.
Ah, se fossi
vissuto tanto da vedere
in quanti frantumi
si è sparsa
quell’anima
intera!
2) Fratelli di latte
Ebbi solo fratelli
e sorelle di latte,
succhiato da mamme
improvvisate,
radicato in così
poco il simulacro
di un fraterno
affetto sconosciuto.
In qualche raro
giorno d’estate
passavi come
un’apparizione, Delia,
nell’angusto
vicolo dirimpettaio.
In quel breve
spazio un mio sorriso
felice
raccoglievi, io una emozione
dalla rapida luce
dei tuoi occhi.
Sei poi svanita, voci
silenti o rare
sono di te ignare
e nulla sanno
del mio ricordo
che ancor vive.
3) Nozze d’amore
Con quanta
traboccante gioia io ti attesi
sull’altare della
rosata chiesa sorrentina,
mentre la bellezza
del tuo volto non lieto,
saliva pensosa il
limitar di quelle scale.
Io mi son un che
quando amor m’ispira,
il pensier mio si
strugge e allor si chiede
se non fu già la
vita a separarci l’anima,
prima del tuo
doloroso, annunciato morire.
4) La sua prima scuola
Per una lunga e
tortuosa strada le ruote
ordinano nella
memoria su binari certi
una lontana realtà
vissuta, e i casolari
disabitati, dai
mattoni ancora scoloriti,
si affacciano agli
sbocchi delle curve
come a salutare un
vecchio come loro.
Vedono carico il
bagaglio dei ricordi
della prima scuola
della sua Liliana,
Cervinara, Tufara, Roccabascerana.
Qui finì il tempo in cui, con il pianto,
accettava
supplenze di una settimana.
Finite le
delusioni, le ingiuste attese,
baciò felice i
banchi dei suoi scolari.
5) L’ultima dimora
Il fresco di montagna
e la mia casa natia
posero fine ad una
torrida luna di miele.
Nei piccoli, cari
tre vani di Santa Lucia
ti sentisti già
madre, lo fosti ad Avellino.
Crebbero i figli
nelle case ai Cappuccini,
ma non erano
nostre. Cottage e giardino,
sul declivio del
collinare Montefredane,
per il mio
desiderio di libertà e di verde,
ed ampia arena per
i giochi dei bambini,
costante
tentazione alle fughe d’amore.
Per vent’anni
d’Abruzzo il grigio mare
donò invece delle
vacanze tutte uguali.
Alfine entrammo
nella nostra bella casa,
ma dalla realtà di
un sogno un risveglio
molto amaro ci
aveva riservato un Dio.
Imprevisto
progetto la tua ultima dimora,
stravolse ogni
piano il breve tuo viaggio.
6) Morte dei genitori
Io non vi fui
accanto, mi trovai lontano.
L’ingiustizia di
un Dio, adorato padre,
recluse voi nello
studio al pianterreno,
vi sprofondò
entrambi in quella stanza,
come in una cella
d’attesa della morte,
ove l’amor tuo
consumò l’ultima follia.
Lei colse il sonno
all’alba del Battista,
tu cacciasti via
il mondo dal tuo cuore
prima che al
solstizio rinascesse il sole.
Io non vi fui
accanto, mi trovai lontano.
7) Meriggio sonnolento
Nel meriggio
sonnolento c’è il timore
di squilli di
telefono, di porte malchiuse
ai rintocchi del
cucco e della pendola,
al fischiante
vortice della lavatrice,
allo sciacquio
della lavastoviglie,
al tremito
stridulo del frigorifero,
che riprende il
suo ciclo.
Poi tutto è fermo,
e ora son fasciato
in un letto dove
mi pare d’esser solo….
Il pensiero di te
è ancor sospeso
come la promessa
di un bacio.
Se mi rileggo,
sento che, forse,
quando l’ho
scritta già dormivo,
e i versi mi son
giunti che sognavo.
Certo ch’era
disteso il corpo mio,
e il volto tuo,
vicino, più che vivo.
8) Meriggio pensoso
Se portassi con te
il cuscino dei nostri pomeriggi
per avvolgerlo
nella federa del letto di casa tua,
nulla ti
resterebbe del profumo della mia pelle?
Penseresti alla
notte che s’avvicina,
a me che son
lontano?
Forse vivi ancora
nel luogo dei tuoi sogni,
forse ancora una
volta hai perso la parola.
Ma i pensieri son
densi, per non sentirmi,
per non sentirti
sola.
Nei nostri
intervalli di cuore c’è un battito
d’ala spezzata da
un colpo del destino,
che continua un
volo radente.
9) Meriggio triste
Nel meriggio tardo
si sente solo l’oscillare
della pendola
dietro all’impossibile tempo.
Nere manopole,
irritate dall’inutile palpitare
di rosse spie,
attendono una mano che le acquieti.
Un’acqua appena
munta ingravida un boccale,
si sente priva di
una effervescenza di colori.
Fanti e Cavalieri
sono fermi sulle lor caselle,
né vale a
confortarli dell’inerzia la bella vista
d’una clessidra
d’oro che hanno per Regina.
Un respiro di
densa nebbia entra dai balconi
aperti a doppia
anta. Fiochi lampioni, tremuli
come lucciole,
negli abeti della stagnante piazza.
10) Crepuscolo al paese
Mi dicono quaggiù
le foto delle lapidi
che son blanditi,
solitari e tranquilli,
sotto le brillanti
stelle, dal ricordo
di un brulicar di
passi sotto i balconi.
Il crepuscolo
incombe su vie desolate,
solo il silenzio è
padrone nelle case,
dove nel buio
nessuna fronte sogna.
Cigola un lampione
e la sua lampada
quando il vento,
risalendo dai vicoli
d’intorno, si
frantuma al crocicchio
e in un sibilo
sinistro si dissolve.
11) Chiarità della notte
Folle è il mio
desiderio, quasi costante,
di annullar la
notte, come per non morire,
dal calar del
crepuscolo fino a ritrovare
quel tenue
chiarore che eguale riappare
sulla linea
d’orizzonte ove si adagiano,
sparute isole di
luce, due piccoli paesi.
Calate ormai da
tempo Luna e Pleiadi,
essi solo mi fanno
ancora compagnia,
anche senza dono
di vento che mi rechi
qualche rintocco
dai lontani campanili.
Appena sento il
primo timido uccellino,
mi distendo lieto
nel mio letto solitario.
Dalle persiane
filtra un barlume chiaro,
mentre io mescolo
alla gioia del mattino
il felice pensiero
di aver sottratto la vita,
solo un briciolo,
all’ingordigia della notte.
12) Natio borgo straniero
Se mi trovi sulle
antiche pietre del borgo natio,
portami presto
via, dovunque ti piaccia andare.
Non lasciare che
resti in questo luogo straniero,
ove non sento più
corrispondenza con alcuno.
Non ho chiesto
l’identità ai giovani, pur attratto
dai volti per
istintivo affetto. Temevo di scoprire
un motivo di
tristezza nel saper delle radici loro.
Il mio cuore ha
ormai terminato tutte le sue visite.
Sulle strade che
disegnano con una perfetta trama
l’intrecciarsi di
vicoli lucidati dalla notte umida,
da ogni porta gli
ha parlato l’ombra di un amico,
da ogni stella ha
udito una voce non straniera.
13) Fine del Diritto
Mio adorato padre, ora per ogni tuo libro
c’è più respiro, di meno in me, che
dispero
di riordinarli ancora al ritorno
dell’estate.
Legge e dottrina, con la logica e il
cuore,
non t’inganneranno mai, mi hai insegnato.
Al suono di campana del mio ultimo giro,
un forte impulso a distruggere ha segnato
l’ora notturna, fatale alle
giurisprudenze.
Una fine illegale, una discarica abusiva
ha riservato loro il giusto contrappasso
al tanto di disumano che hanno sparso.
Adesso è tornata la tua figura essenziale,
ogni testo sacro e giusto al posto giusto.
Anche tu e mamma non state più lontani,
ma al suo sorriso tu affianchi la
mestizia.
E nei dipinti così rimarrete,
inseparabili,
senza il suo brio, tu non potevi esistere.
Ti riguardo, mi hai letto nel pensiero,
hai accennato,
grazie, un sorriso lieve.
14) Fiore di stoffa
Chi vide lo
splendore dei tuoi vent'anni
sulle bianche strade del mio
paese natio
credette che
fossi un’amica, vera o finta,
non la fedele
allieva che da poco viveva
nel mondo del
diritto con una fede cieca,
innamorata
delle
verità di un Tribunale.
L’ampio
panorama che ti si aprì davanti
ti
parve l’incanto preparato da un mago.
Era
invece reale. Solo io m'ero già calato
nel
mondo della finzione, ove si racconta
sempre
lo stesso fatto, né sorpresa alcuna,
dov’è
scritta tutta la storia e il suo finale.
Non
v’era più posto per una figura antica,
il
maestro che ammiravi s’era trasformato
in un
bel fiore
di stoffa, per non appassire.
15)
Anteo deluso
Non giova la fuga
improvvisa dalla città
per dare un
sollievo al tuo mal di vivere.
Non giova un
veloce, spericolato viaggio,
sulla tortuosa
strada che sale sempre più,
supera rombando
tornanti a te ben noti,
ti investe con i
suoi cangianti panorami,
perché si avvita
anche nella tua anima,
arrecando, con
ogni giro, altro dolore.
Stai cercando una
risorsa nelle origini,
il letto ove
nascesti, il piccolo convento
nella piana,
altare della tua prima fede?
Eri un ragazzo
allora, quel serafico frate
ora non c’è,
nessuno ti può più ascoltare.
Ridiscendi per la
strada che ti riconduce
alla città, ti
sentirai avvolto da vertigini,
ma non cadrai nel
vuoto. Capirai, invece,
ch’è stolto
tornare alle origini, è un mito,
Anteo, che non ha
più valore per l’uomo
slegato dalla
terra, in volo con la scienza.
Deluso rientrerà
nel quotidiano affanno,
quando avrà
termine il vano girovagare
in tutti i mondi
estinti o soltanto virtuali.
Forse è meglio che
s’illuda di risorgere
con un viaggio
nelle strade dell’anima,
sono tante per
cercare ciò ch’è morale,
per ritrovare
dov’è amore, e dominare
il nuovo che
cresce dentro e lo travaglia.
16) Il quadro di Gesù
E’
di nuovo a casa l’ovale del tuo ritratto,
riportato
fra quei compagni che qui avevi.
Alla
destra c’è il possidente di campagna,
bello
e pasciuto, soddisfatto, e più sereno
del
gentiluomo barbuto e di nobile casata
che
sta dall’altro lato, pure lui in un ovale.
Coi
suoi begli occhi verdi, pieni di mistero,
pare
guardi solo nel vuoto che gli è dentro.
L’agrario
ha un occhio strabico, e lo gira
verso
il nobile con sorriso d’ironia sottile,
sembra
che voglia dire che una vita ricca
val
più di grandi amori, o di freddi ideali.
Tu
stai in mezzo a loro, mio Gesù, pensoso,
immagine
di giovane bello, pien di fascino,
il
finale destino sulla Croce è annunciato
dalle
gocce di sangue che hai sulla fronte.
Il
tuo sguardo giunge di certo al Golgota,
vedi
ai tuoi lati due compagni di sventura.
Uno
di loro non t’insultò, fu con te buono,
chissà
perché anche per lui vi fu la croce.
Lontano
dal suo cuore non ti aveva posto
per
la vita ingorda o per un’anima vuota.
17) Paura dell’attesa
Non sopporto più
d’aspettare solo, in malinconia,
il momento in cui
avrò paura che si fermi il cuore.
Io lo penso qui,
in questa casa, l’ultimo mio gesto,
il respingere da
me il dolce, oscuro accostamento,
o il recalcitrare
ad un violento e doloroso artiglio,
che arpioni e
blocchi la mano sul telefono d’aiuto,
che mi sbarri
anche la via per strisciare in bagno,
dove poter esalare
un rigurgito, acido di terrore.
Cacciato via
dall'ansia sulla strada, spinto in auto,
il motore si
accende ma disorientate son le ruote,
unica guida
diviene lo spavento, che a te mi porta.
Appena mi vedrai
giungere, distrutto dal travaglio,
deportami su un
monte brullo, o in una grotta buia,
stammi vicina,
stretta, conforto sii al passo estremo.
18) Cella
di San Pio
Se una vita a
un’altra è tanto fortemente unita,
non ha spazio il
pensiero della morte che separi,
c’è il confine
dell’anima che non si può varcare.
Ti attenderò a
lungo, e forse ti chiederò di dirmi,
quando sarai al
mio fianco nella cella di san Pio,
a chi ancora hai
amato raccontare di questa fiaba
non ancor finita,
tu che mai da me non fia divisa.
19 Un viaggio sognato
….....................................We
are such stuff
As dreams are made on ; and
our little life
Is rounded with a
sleep...............................
(Shakespeare,
La tempesta, Atto IV, Scena I)
Destinazione
certa, con strada segnata,
percorso non
difficile, con chiara meta,
non viaggio ignoto
per porti di nebbia.
Ma io, come nel
sonno, ebbi ad entrare
in quella strada
che si rivelò una selva,
dove una luce solo
a sprazzi giù cadeva
da spogli alberi
di autunno, e stampava
in terra ombre
istantanee di una figura
dal cammino
incerto di un sonnambulo.
Altro e più
intenso chiarore m’illuminò,
allorché smarrito
rimasi tra il fogliame
fitto, e ai miei
passi aprì l’ultimo varco.
Era però solo
parvenza di attinta meta,
in altro bosco il
mio viaggio procedeva,
ove non v’era
sentiero che avesse lume.
Una sola lucerna
sul capo mi pendeva,
una piccola falce
della cangiante luna.
Volevo invece la
stella senza tramonto,
la polare
immobile, che mi orientasse,
fino all’uscita da
quella foresta oscura.
Ero stanco del
cammino interminabile
in una notte
assurda senza mutamento.
Quando spicchi di
cielo mi sorpresero
e girai il mio
sguardo ansioso intorno,
vidi un’incerta
alba in una nube rosa,
ma tardando
l’ampiezza di pieno sole,
innanzi a me
l’occhio non si spingeva.
Solo quando fu
diradata la boscaglia,
mi si aprì davanti
una verde radura,
che cingeva un
lago di acque chiare,
sfiorate da raggi
di una radente luce.
Vi danzava superbo
un bianco cigno,
con un bellissimo
canto, forse ultimo,
che ammonirmi
pareva che in visioni
d’arte e di poesia
era finito il viaggio
della mia vita,
per il resto sognato.
20) Il Destino e l’Anima
Ora puoi ben vederli in questi righi, o
padre,
i segmenti attraversati da quell’anima
intera.
Se la mia vita, segnata dal tuo saggio
cuore,
ha perduto la rotta e troncato il tuo
progetto,
è stata proprio un’anima integrale a
indicare
al suo treno i percorsi su binari di un
metallo
che luccicava di speranza. Scambi perfetti
hanno deviato i viaggi per le realtà nuove
che mostravano sicura bellezza da lontano.
Io penso spesso alla tua grande
meraviglia,
talvolta immagino il giudizio che hai
dato,
papà, alle impreviste svolte che la
volontà
mia di non soccombere, forzata dal
destino,
ha imposto alla mia vita. La toga dismessa
è l’immagine che più di altre mi fa
chinare
gli occhi davanti al tuo ritratto dello
studio,
quando iniziano i colloqui con te e mamma,
a Frigento, dove spesso mi fermo a
parlarvi,
o qui, ove su chiara parete sono i vostri
volti.
Il coraggio di guardarti torna, però, se
penso
ai fili eterogenei, non visibili, nella
tessitura
del mio avvenire, se vedo nel telaio
l’autore
di un miscuglio di cui non fosti
consapevole.
Sicuro di avermi insegnato quel che
bastava
per seguire la carriera sulle tue stesse
orme,
ti sfuggì che nella sensibilità del tuo
figliolo,
oltre alla scienza pregna di freddo
raziocinio,
era entrato anche amore per musica e
poesia,
per la letteratura e per tante altre
conoscenze,
che avevi trasmesso a lui con passione
eguale.
Il disamore per la cassazione lo sento
dentro,
è così viscerale che par discenda per li
rami.
Tu che mi dici, adorato padre, se ti
racconto
che le carte erano tutte in regola per la
toga
d’ermellino, ma io non desiderai
indossarla,
neppur lo volli vedere quel tempio del
diritto,
di cui tu spesso ti divertivi a storpiare
il nome,
quando il rituale cieco e formale
sconcordava
con il tuo senso di giustizia? Lo senti
estraneo
il seme di questo mio uguale disamore, o è
tuo,
ed insieme al fascino di un’attrazione
culturale
ha giocato un ruolo nel respingermi da
Roma?
Non mi puoi apparir dubbio, devi pur
pensare
al tuo amore per il teatro, al tuo
incomparabile
Shakespeare. Padre, quante volte l’ho
inserito
nel cartellone del teatro! E con lui
Pirandello,
Shaw, Miller, e poi la musica che tanto
amavi.
I balletti di Cajkovskij ci sono stati
ogni anno.
Sarebbe stato un dono al tuo cupo
pessimismo
il Requiem di Mozart, ha aperto una
stagione.
Quanta gioia se l’avessimo ascoltato
insieme!
Vicino, invece, a tratti, e durante il Lacrimosa
sempre accanto mi fu il pensiero d’una
tomba
che aveva raccolto mamma, te e anche
Liliana,
come un buco nero non sazio di cadenti
foglie,
che nel breve arco di un anno, come un
lampo,
aveva agognato risucchiare anche
un’orchidea.
Meglio che con tempismo anticipaste
l’uscita
dalla vita, che tanto era sommersa dal
dolore,
che pur un esiguo spazio era difficile
trovare
nell’afflitto cuor vostro al piangere del
figlio,
dopo il più grave lutto che di lì a pochi
mesi
avrebbe frantumato le nozze ancor
d’argento.
Questa fu la frattura di me ancor più
tragica,
una tempesta che da anni nel cuor
mugghiava
nascostamente, e ricomparve come la bufera
che anche me avrebbe spazzato via, se i
figli
e il lavoro nella mia ancor viva
magistratura
non mi avessero confortato la vita che
seguì.
Mamma, ora non rabbuiarti, come mi appari
nella foto in cui abbracci tua nipote
Carmen,
non mi far pensare che dopo la
trepidazione
per l’incerto prosieguo solitario di tuo
figlio,
mi stia ora censurando di essermi
consolato
anche con amor di donna, ora fuori di
scena.
Mi sembra più comprensivo il volto di
papà,
il qual diceva che l’attrazione fisica da
sola
giustificava anche una lunga storia
d’amore,
scambiata dagli amanti per spiritual
legame.
Ti prego, mamma, parla a questa tua
severità
e, per calmarne l’impulso, dille che fu
scudo
quell’amore, per il tempo non breve che
durò,
alle varie occasioni non colte di nozze
nuove.
Non ho parlato invano, genitori più che
amati,
di un’anima integrale cui è toccato
difendersi
dai duri colpi del destino che hanno
spaccato
prima una coppia maritale, poi un bel
mestiere.
Lotta tra Anima e Destino, il Quarto
Concerto,
ricorderai, padre, quante volte ci ha
emozionati
entrambi. Pur nel tuo pessimismo,
incoraggiavi
la mia vita, dicendo che vince sempre
l’anima.
Completo il tuo credo: un’anima e la
passione!
Viaggiavo verso il nostro paese, vicina
l’estate,
portando sempre con me, troncone di uomo
solo,
la cassetta registrata di quell’Andante
con moto.
Il suono del pianoforte mi cullava, poco
coperto
dal rombo del motore. Un tutt’uno era il
suo tema
coi dolci tornanti, man mano che la strada
saliva,
ma le note d’orchestra, la voce del
Destino crudo,
serravano in gola nodi che tanto mi
stringevano
da togliermi il respiro. La casa, per me
deserta,
come un ultimo rifugio per acquietar
l’angoscia,
trovavo così vuota, triste, che presto
richiudevo,
lasciandovi dentro un odore di deprimenti
muffe.
Ora invece, di sera, delle voci di coppie
festose,
di indovinelli premiati, di barzellette e di
risate,
e delle note gioiose di un karaoke risuona
felice.
Son passati vent’anni da quelle tristi
scalate. Voi,
sempre là sulla parete, immortali, vi
meravigliate
sempre di più di un miracolo in cui non
speravate.
O Miracol d’amore!, canta Carlo Gesualdo.
Papà,
non ascoltarla quella musica, a te non può
piacere,
ma della sua anima, che dopo una vita
disgraziata,
vuole inondare il mondo della sua gioia,
che pensi?
Io credo che anche dietro a quegli ultimi
madrigali
ci sia un amore, un’altra donna stavolta
misteriosa.
Ma la mia donna, fonte di incommensurabile
gioia,
che si è collocata tutta dentro al cuore,
non è segreta.
Credo che nessun altro sorriso l’abbia
festeggiata
come quello di mamma. Ma c’è anche il tuo
sorriso,
quello della serenità che rivelavi dopo
una sentenza.
Hai visto Anna, le volte che è entrata nel
tuo studio,
hai osservato i suoi grandi occhi che
versano bontà,
e allora hai capito, guardando nel cuore
di tuo figlio,
che soltanto con lei ha potuto ricomporre
la sua vita.
Fine
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