RICORDI DELLA
GIOVENTU’
(Biella e la magistratura)
Non volevo iscrivermi
alla facoltà di legge dopo la maturità classica, ma a quelle di ingegneria o di
matematica e fisica, le materie che avevo amato di più al liceo. Mio padre mi
convinse a prendere giurisprudenza, facendo leva sui miei punti deboli, come
soltanto lui sapeva fare. Vedi – mi disse – non pensare che da ingegnere
costruirai i ponti o i grattacieli, finirai per insegnare materie scientifiche
in qualche scuola; e poi, la frequenza dei corsi universitari è obbligatoria
per le facoltà che ti piacciono e non potendo raggiungere ogni giorno Napoli da
Frigento, cento chilometri all’andata e cento al ritorno, dovrai risiedere là.
Se invece prendi legge, l’università te la fai in casa, andrai a Napoli
soltanto per sostenere gli esami e potrai anche contare sul mio aiuto. Non
accennò ad altro, poiché era sempre rispettoso e discreto con me e del resto
poteva anche fingere di ignorare i miei legami sentimentali, ben prevedendo
l’effetto che avrebbero prodotto le sue parole. Ben sapeva di quanta nostalgia
avevo sofferto durante i sei lunghi anni trascorsi ad Ariano Irpino, e non
poteva aver dimenticato la gioia con cui, dopo aver visto i quadri dei voti
della maturità, eravamo ritornati a Frigento a bordo della sua Fiat 500 di
colore nero. Doveva essere più che sicuro di quanto si fosse rafforzata in me
la volontà di riappropriarmi interamente di quella realtà che mi riempiva la
vita, fino ad allora goduta a sorsi soltanto nei fine-settimana. Sapeva del mio
attaccamento alla cerchia degli amici, al Sali e Tabacchi di Peppino d’Arminio,
dove trascorrevo alcune ore della giornata ad ascoltare al jukebox le canzoni
degli anni ‘60 o a giocare al biliardo, al “Circolo degli intellettuali”, dove
giocavo a scacchi ed a poker per interi pomeriggi.
Così le sue parole
trovarono una facile breccia nel mio animo, facendomi svegliare contento dal
sogno di diventare ingegnere, e si riaccese ancor più forte in me il desiderio
di restare nel mio piccolo paese per coltivarvi tutte le mie passioni, prima
fra tutte l’amore per la mia Liliana, con le passeggiate della tarda mattinata
e con quelle della sera per una via Limiti senza lampioni, dove ci potevamo
guardare bene in viso soltanto quando c’era la luna.
Ma appena mi iscrissi a
legge, il bravo genitore dovette partire per Biella perché promosso e
trasferito di ufficio per ricoprire colà il posto di Procuratore della
Repubblica, come si usava allora con i migliori di noi, o più probabilmente con
quelli che avevano sempre dimostrato un’assoluta e talvolta non gradita
indipendenza di pensiero. Si era insediato da qualche anno il Consiglio
Superiore della Magistratura, che sballava i neopromossi dal Nord al Sud
dell’Italia, come si faceva con i soldati in servizio di leva e come oggi non
si fa neppure con i marescialli dei Carabinieri. A Roma, dove si era recato di
persona per cercare di evitare quel forzato allontanamento dalla sua terra, non
avevano voluto sentire ragioni. Partì con il treno insieme con mia madre da
Benevento, e io ebbi un tuffo al cuore e una forte palpitazione quando sentii
il fischio del capostazione e lo stridio di ruote del convoglio che si muoveva,
immaginando che i suoi occhi, appena scomparso alla mia vista, si sarebbero
imperlati di lacrime.
I primi due anni di
università non andarono bene. Quattro o cinque esami in tutto e mi ero indotto
persino a falsificare il libretto per fargli credere di aver dato qualche esame
in più. A dire la verità lo studio del diritto non mi piaceva perché lo trovavo
astratto, noioso e mnemonico, e così diminuirono man mano le mie ore di
scrivania. A Napoli, nei giorni in cui mi trattenevo durante le sessioni di
esami, preferivo abbandonarmi agli scherzi goliardici o alle attrattive di una
città che si faceva amare per la sua varietà, per il piacere di goderla negli
aspetti regali e aristocratici e nella vivacità dei suoi vicoli, o di
osservarla nel suo toccante degrado sociale, e anche a Frigento i giochi e gli
amici mi distraevano molto dallo studio. Passavo poi buona parte della serata
con la fidanzata, rimasta delusa anche lei della scelta di iscrivermi a
giurisprudenza, che a quei tempi appariva come il rifugio di chi non sapeva
cosa avrebbe voluto fare nella vita e mirava a quella laurea, non con l’idea di
soddisfare un preciso interesse culturale ma solo con l’intento di avere una
maggiore possibilità d’impiego. Mi entrò perciò in mente, per un ritorno di
fiamma dell’antica passione, l’idea di cambiare facoltà e subito la coltivai
seriamente, al punto che ritirai i moduli all’università per la domanda e mi
feci prestare da un amico il testo di Analisi di Ugo Amaldi, ritornando così
con gioia alla mia matematica, anche se il pensiero era spesso rivolto a Biella
e a papà che immaginavo lavorasse sodo, sognando un figlio magistrato. Questo
lo avevo capito, come lui aveva capito le distrazioni del paese e la mia scarsa
applicazione allo studio. E così, dopo un insuccesso nell’esame di “Diritto Privato”,
dove avevo scansato per la clemenza del professor Leonardo Coviello una bocciatura
a libretto, rimasi con ben pochi argomenti per oppormi al suo desiderio di
farmi soggiornare per alcuni mesi a Biella, allettato anche dalla promessa che
mi avrebbe fatto guidare la sua Fiat ‘600 quasi per l’intero viaggio di mille
chilometri. Al termine della prima tappa ci fermammo per la notte in una
pensioncina alla buona, nei pressi di Ancona, che ci consentì l’indomani di
visitare Recanati. Indimenticabile l’impressione che provai sotto il piccolo
colle dell’Infinito, pensando ingenuamente all’ispirazione che Leopardi avrebbe
tratto dall’imponenza dei miei monti, ma profonda fu la suggestione nel vedere,
grazie alla cortesia del conte pronipote, la casa del poeta, le biblioteche, la
coperta grigia e quasi lacera con cui si copriva nel freddo delle notti, per
continuare a poetare “alla fioca lucerna”.
Ripreso il viaggio, pranzammo a Rimini, in un ristorante che
dava su una bella e grande spiaggia ancora deserta, e poi raggiungemmo Bologna,
che attraversai senza difficoltà, per prendere l’autostrada che ci condusse a Voghera, donde
uscimmo in direzione di Alessandria e di Vercelli.
Giungemmo a Biella verso
sera e dopo cena la stanchezza ci condusse subito nella stanza di albergo di
viale Italia, che mi avrebbe ospitato in quei mesi di forzato soggiorno. Non
sono in grado di descrivere il senso di solitudine e di tristezza che mi assalì
appena mi distesi a letto. Ricordo che, pensando lungamente a Frigento, non
riuscivo a prendere sonno. Ma qualche giorno dopo, come mi sarebbe poi accaduto
spesso nella vita, mi ero già ambientato, io, paesanotto del Sud, in quelle
strade tanto diverse dalle nostre, che di prima mattina e sul tramonto si riempivano
di uno sciame di operai e operaie che scorreva verso le fabbriche, e nel resto
della giornata apparivano invece semideserte, calate in uno strano silenzio,
scandito in lontananza dal ritmico rumore dei tanti invisibili telai rinchiusi
in grandi capannoni. In piazza sostavano solo alcuni pensionati, che trovavano
da ridire, per quel poco che potei capire dal loro stretto dialetto, sulle
migliori condizioni di cui godevano i lavoratori, a differenza dei tempi duri
del loro passato. Più raramente si udiva il passo frettoloso di donne che
uscivano per spese, quasi tutte magre, dagli occhi piccoli e dai nasi affilati,
che per la verità mi sembrarono un po’ bruttine, forse perché i miei canoni estetici
erano legati, allora e a quell’età, alle più formose bellezze mediterranee.
Ogni tanto mi colpiva l’orecchio il rombo dei motori di auto molto belle, fra
cui le Lancia Appia e qualche fuoriserie di proprietà dei Rivetti, degli Zegna,
dei Cerruti e di altri famosi lanieri di quella industriosa e ridente
cittadina. I quali si ritrovavano tutti in chiesa la mattina della domenica a
ringraziare il Signore della loro prosperità, perché, come diceva mio padre,
pur apparendo cattolici praticanti, la loro fede di fondo era quella calvinista
e si ritenevano toccati dalla grazia già in terra. Frequentai spesso la grande
piscina che Rivetti aveva fatto costruire in memoria di un figlio morto in un
incidente stradale e visitai anche il notissimo lanificio di Cerruti, dove mia
madre acquistò tra l’altro del filato con cui confezionò un pullover che ancora
indosso, raramente e nei mesi invernali, per non far alterare il bellissimo colore
verde che ancora conserva. In serata qualche raro bar era aperto e uno in
particolare mi attraeva per una scacchiera di antica e pregiata fattura, con
cui qualche sera mi ci giocai anche il caffè, dal sapore, però, di una buona
tazza d’orzo rinfrescante.
Dopo circa una settimana che avevo preso
l’abitudine della passeggiata pomeridiana, mi capitò di incontrare finalmente
una ragazza veramente carina. Al mio timido approccio, mi disse subito che era
fidanzata, ma quando le risposi che per me non era un problema perché non ero
un tipo geloso mi sorrise con malizia e accettò che le facessi compagnia. Fu
così che i nostri incontri si ripetettero piacevolmente ogni pomeriggio, sia
pure per un breve tratto di strada, quella che lei percorreva per giungere allo
studio dove lavorava come ragioniera. Che rabbia e che figura quando mi chiese
se avevo la macchina e io dovetti risponderle che purtroppo mio padre, appena
arrivati, l’aveva collocata sui cavalletti nel garage dell’albergo! Rimediai in
qualche modo recandomi a trovarla nel suo paese, Andrate, distante ventiquattro
chilometri, noleggiando un taxi con qualche migliaio di lire che prelevai
furtivamente dal portafogli di mio padre, provando il sottile piacere di un
dispetto. Non me la presi tanto, invece, quando lei, credendo che trascorressi
tutto il mio tempo a gironzolare per le strade di Biella diversamente dalle
abitudini di quei laboriosi cittadini, mi disse: “Sei un pelandrone di Napoli, Gennaro!”. Così, nell’ultimo
pomeriggio in cui la vidi, parlandole del mio lontano paese irpino e delle
lunghe ore di studio cui mi stavo dedicando quasi per l’intera giornata,
riuscii a intenerirla e a rubarle anche un bacio dietro un portone socchiuso.
Poco dopo, nel salutarla per sempre, mi venne di dirle che ero il figlio del
Procuratore della Repubblica, ma se rivedo l’espressione del suo viso, tale che
mi parve di capire di essermi reso antipatico ai suoi occhi nel darmi in quel
modo importanza, penso che quel bacio, solitario fiore di campo della mia unica
primavera nordica, l’avrei forse perduto.
Ora che mi tornano alla
mente quei pochi mesi del ‘61 e ripenso alle lunghe ore in cui rimanevo
inchiodato sul testo di diritto privato del Trabucchi, e riascolto la voce di
mio padre che, negli intervalli delle istruttorie che conduceva nella stanza a
fianco, mi esponeva i principi fondamentali di quella materia con tanta
passione da inciderli nella mia mente come medaglie, ritrovo nei valori di una
forte tradizione culturale che si era fatta scuola per amore filiale la spiegazione
della mia inaspettata scoperta del diritto, del fervore degli studi che
seguirono, del rapido recupero del tempo perduto, e, naturalmente, anche del
perché sia diventato giudice.
E
provo ancora meraviglia quando mi soffermo a pensare che la svolta decisiva e
felice della mia vita era avvenuta in un contesto di solitudine, di tristezza e
di nostalgia, in un ambiente totalmente straniero, dove nell’angusta stanza di
un Tribunale del Nord la sorte aveva deposto il seme di una passione che non mi
avrebbe più abbandonato, quella per il diritto e per la mia Magistratura.
Ma sono il taxi per
Andrate, la purezza di quel viso di ragazza e le belle auto degli industriali a
risvegliarmi qualche volta il piacevole ricordo di Biella.
La partenza per Napoli,
dove all’indomani avrei prestato giuramento come uditore giudiziario presso la
Corte d’appello fu accompagnata da espressioni indimenticabili che sembrarono
allora due battute in quel pomeriggio del gennaio ’66. Mentre uscivo dal
portone di casa per andare a prendere il pullman, sulla soglia ricevetti dai
due magistrati di famiglia, mio padre e mio zio, l’abbraccio augurale, ma mi
ero appena girato che mi raggiunse alle spalle una frase di mio padre che se
non avesse avuto il tono scherzoso sarebbe risuonata ai miei orecchi come una
sfiducia: “Viri, Michè – disse
rivolto al fratello – la f... è fenuta
mmano a le ccriature!”.
Fece seguito una gran
bella risata di zio Michele, mentre proseguivo, sorridendo anch’io, verso la
piazzetta dove faceva capolinea il pullman. Vi salii dopo una breve attesa con
le mani impegnate dalla borsa e da una grande busta, dov’era ben piegata la
fiammante toga di magistrato, che avevo comprato a Napoli in via Duomo e mi era
costata centomila lire in più del mio primo stipendio. Dopo aver dato uno
sguardo ai posti liberi, accettai di buon grado l’invito di un contadino del
paese a sedermi accanto a lui. Mi conosceva e anch’io ricordavo le volte ch’era
venuto a consiglio da mio padre per questioni di contratti agrari, in quel tempo
in cui, dopo più di una riforma demolitrice, era stata finalmente abrogata
l’ingiusta mezzadria. Dopo i primi convenevoli, mi giunse da lui la domanda che
desideravo mi facesse, poiché in verità non ci stavo nei panni dalla
contentezza per la carriera che stavo per intraprendere. Risposi subito ch’ero
diventato giudice e che dovevo raggiungere Napoli come prima destinazione.
Seguì una pausa, non breve, durante la quale restai naturalmente in attesa dei
complimenti per quella mia prestigiosa sistemazione professionale. Il buon
villano invece non mi diede alcuna soddisfazione, non si scompose, non mosse
verso di me neppure la testa, che mantenne poggiata sullo schienale del sedile,
ma girò soltanto i suoi piccoli occhi neri verso il basso, come se guardasse le
mie scarpe, e abbozzando un riso sardonico fece testualmente: “Don Gennarì – appellandomi come si usava
in paese verso i cosiddetti figli di papà – io,
prima re ve fa fa’ a vui lo giurice, ve facevo fa’ trent’anni re zappa”.
Compresi subito che non
si trattava di un attacco personale, e perciò non mi turbai, anzi gli sorrisi
anch’io, ma, sinceramente sorpreso da quelle parole che non mi aspettavo, mi
sforzai di trovare subito una risposta azzeccata. Uno spontaneo, immediato
raccordo della “zappa” alla “f...” udita poco prima, faceva però
ressa nella mia mente. La zappa era il simbolo di una vita di lavoro faticoso,
che il contadino mi avrebbe dal suo punto di vista imposto prima di affidarmi
il delicato compito di amministrare la giustizia. L’altra era invece una realtà altrettanto importante nel senso che
le aveva voluto attribuire il genitore, che ben sapeva quanta maturità fosse
necessaria per capire l’intrinseca “essenza” e i veri valori della donna. Mi
venne per un attimo l’idea di cavarmela riferendo proprio della battuta di mio
padre, ma non mi piacque il pensiero di dargli in sostanza ragione e ancor meno
quello di vederlo sorridere una seconda volta. Eppoi non mi veniva di mescolare
la sottile ironia del genitore, che in fin dei conti mi esortava a considerare
la magistratura come una realtà difficile da affrontare ma importante e
appassionante quanto l’altra “naturale” e umana, con la brutale serietà di
quello sfiduciante ammonimento, nel quale si avvertiva anche la tipica
mentalità contadina e operaia che considerava arti leggere le professioni
intellettuali e, alimentando l’odio di classe, portava in quei tempi molti voti
al partito comunista.
Decisi quindi di portare
il discorso sullo scherzo, riferendogli di un episodio che proprio a mio padre,
popolare per sensibilità ma intellettualmente aristocratico, piaceva
raccontare. Quando era giudice ad Ariano Irpino, in una delle udienze che
spesso presiedeva, dopo aver sentito come testimone un contadino del posto, lo
aveva invitato a sottoscrivere il verbale. Il buon uomo, al quale era costata
già una gran fatica comprendere le domande e spiegare bene come erano andati i
fatti, aveva cominciato a scrivere il suo nome e cognome con esasperante
lentezza, dopo aver girato e rigirato in mano la penna che il cancelliere gli
aveva porto, non perché fosse analfabeta ma per la difficoltà di impugnare in
modo idoneo quell’oggetto, al quale aveva rivolto più occhiate che allo stesso foglio
su cui stava firmando. Con il sudore sulla fronte e venutagli poi meno ogni
energia nelle dita per stilare l’ultima sillaba del suo cognome, alzando uno
sguardo scoraggiato verso mio padre e lasciando cadere la penna sulla carta, si
era alla fine arreso dicendo: “Presidè, è
meglio la zappa!”.
Non ricordo la reazione
del mio indimenticabile compagno di viaggio e il seguito di quel discorso,
tranne che si parlò dei soliti argomenti sulla vita di campagna e su quella di
città, e che nel salutarmi con cordialità mi augurò una carriera bella come
quella di mio padre. Quando rimasi solo nel seguito del viaggio, mi venne da
pensare, non senza meraviglia, ma anche con trepidazione per il mestiere che
stavo per affrontare, che sia l’uomo di legge, sia il lavoratore dei campi
avevano espresso, entrambi con l’esperienza dell’età, il comune convincimento
che i giovani non fossero in grado di comprendere e di gestire le situazioni
più importanti della vita.
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