“Dal dì che nozze tribunali ed are…”
(Liceo
classico Pietro Colletta di Avellino – 12 dicembre 2009
Preside Prof. Antonio
Moccia)
Presidente
Gennaro Iannarone
Agli
studenti non bisogna parlare di Legalità con riferimento ai tempi attuali,
perché l’uomo contemporaneo, tanto più se ancor giovane, non riesce a giudicare
bene e talvolta neppure a vedere quali siano i valori, i disvalori, i problemi
della realtà che lo circonda. Soltanto “storicizzando” la Legalità, cioè
facendo tornare i ragazzi con la mente al passato, ad esempio al Cristianesimo,
alle invasioni barbariche, alle Crociate, alla Rivoluzione Francese, ed a tanti
altri eventi importanti si possono spiegare bene gli effetti che la Legalità
delle relative epoche ha avuto sulle condizioni di vita individuale e sociale.
Partiamo
dalla Preistoria. Sforzatevi, ad esempio, di immaginare due trogloditi che
vivono in una caverna con le loro donne e i loro figli. Per procurarsi cibo
affilano insieme le armi, escono per la caccia e, con eguale abilità, ammazzano
un cervo. Lo scuoiano e lo mettono al fuoco ad arrostire. Una volta che l’animale è cotto, uno dei due ne vuole mangiare una
parte maggiore, mentre l’altro non è d’accordo poiché ha contribuito in egual
misura alla cattura di quell’animale e ritiene giusto mangiarne la metà, per sé
e anche per la sua famiglia. Insomma, anche nell’animo di quei primitivi il
sentimento di giustizia c’era già, sia pure a livello degli istinti, questo
bisogna capire, ma non c’era ancora una Legalità, ossia un potere esterno e
superiore capace di imporre ai due una spartizione equa della preda. Il
conflitto si risolveva allora soltanto con una contesa violenta. Si potrebbe
dire che “La legge del più forte” era
la sola “Legalità” che regolava i
contrasti tra quegli uomini. Purtroppo questa Legge non è affatto scomparsa dal
mondo. Mi seguite? Non è che voglio fare politica, ma gli Stati Uniti hanno
scatenato la guerra contro l’Iraq prima di una Risoluzione dell’Onu perché si
sono sentiti più forti. Sostituite al “cervo arrostito” il “petrolio” e ci
ritroviamo nella caverna. In verità nei rapporti internazionali non esiste un
Diritto in senso proprio, come capiranno quelli di voi che studieranno
giurisprudenza. Non è stata istituita, cioè, un’Autorità superiore che
garantisca l’uguaglianza tra gli Stati, ma lo Stato che in un certo momento è
militarmente più forte detterà legge agli altri e nessuno gli potrà fermare… le
“mani” e i “bombardieri”.
Ritorniamo
ora nella caverna, nel momento in cui i due stanno litigando. E’ evidente che
il conflitto permarrà fino a quando non sia introdotta una regola sulla
spartizione dell’ “animale”. Ed accade appunto che un giorno entra colà un
terzo uomo, più forte dei due litiganti, capace di ridurre all’impotenza l’uno
e l’altro. Questo terzo uomo che entra nella caverna ha in mano una bilancia e
perentoriamente dice ai due: “Smettetela
di litigare, adesso pesiamo il cervo, lo dividiamo a metà e lo mangerete metà
ciascuno”. Voi sapete bene che il simbolo della Giustizia è la bilancia o
no? Se mi domandate dunque chi è questo “Terzo uomo”, vi rispondo semplicemente
che esso è il simbolo della giusta Legalità, il cui arrivo nella società
primitiva segna l’inizio della civiltà. Lo si rinviene in due versi belli e
profondi de “I Sepolcri” di Ugo Foscolo, su cui intendo fondare buona parte del
mio discorso.
“Dal
dì che nozze e tribunali ed are
dier alle umane
belve esser pietose
di sé stesse e
d’altrui”
Le
belve sono i due trogloditi, pronti ad uccidersi l’un l’altro pur di mangiarsi
l’intero animale. Però queste belve verranno ammansite dai principi della
Civiltà, che arriva appunto con la Legalità.
Sono
Legalità le “Nozze”, perché regolano
secondo principi di ordine e di moralità il rapporto di coppia, mentre in
precedenza nelle caverne vigevano presumibilmente la poligamia e la poliandria
e forse mancava anche il senso della famiglia, sia pure di una famiglia
“allargata”. Con i “Tribunali” si
dette inizio all’Amministrazione di una “Giustizia”, verosimilmente nel solo
campo penale per sostituirla alla vendetta privata, ch’era l’unica forma
arcaica – oggi naturalmente inaccettabile – di appianare i torti subiti. Dalle
“Are”, cioè dagli Altari, provenne la
celebrazione di riti religiosi, nacque la Fede in qualcosa di superiore alla
natura umana, idonea ad esserle di guida nella ricerca del bene e del
giusto.
Una
delle prime rudimentali religioni fu l’ “Animismo”, cioè il credere
nell’esistenza di un’anima in tutti gli oggetti della natura, in un albero, in
una pietra, cui talvolta si attribuivano poteri straordinari, come alla pietra
“filosofale” o a quella che rendeva invisibili (di cui scherzosamente narra
Boccaccio in “Calandrino e l’Elitropia”). Dalle credenze preistoriche si passò
a quelle, di epoca storica, degli Egizi, i quali, giungendo ad una concezione
molto più raffinata dell’“Animismo”, deificarono il Sole (Osiride), la Luna
(Iside) ed anche il fiume Nilo, a cui dovevano il proprio benessere. La più
importante di tutte le religioni politeiste dell’antichità è senza dubbio
quella dei Greci, nata dalla loro straordinaria fantasia. In principio furono
deificati il Cielo (Urano) e la Terra (Gea), ch’erano all’inizio abbracciati
l’uno sull’altra, fino a quando il figlio Crono non ne provocò il distacco,
evirando il padre Urano, che da allora mantenne i suoi rapporti con Gea con la
pioggia, quasi a simboleggiare le lacrime di sofferenza per
quell’allontanamento. Ma Crono fu poi soppiantato da Zeus, che assunse il
dominio su tutti gli altri Dei e si insediò sul monte Olimpo. Una delle prime
mogli di Zeus era stata Temi, figlia di Gea e di Urano, la quale, prima di
assurgere al rango di Dea della Giustizia, significò una forza superiore che
regolava l’avvicendarsi delle stagioni, che si risolveva, in sostanza, in un
globale “giusto equilibrio” delle condizioni atmosferiche, perché dopo il
freddo e la tristezza della stagione invernale c’era l’arrivo della Primavera,
la più bella delle stagioni, che apportava tepore e gioia di vivere, quindi un
evento “giusto” per l’essere umano. Preannunciava l’estate, che è il tempo in
cui è giusto sospendere un po’ il lavoro, come anche gli studi, pensare alle
vacanze e, perché no, anche a divertirsi. Ma il caldo estivo finisce per
stancare, ed allora si desiderano i primi freschi dell’autunno e poi le più
serene gioie, tutte intime, della stagione invernale, ricca di feste
tradizionali. E così, osservando questo ciclo che ricomincia, è facile che il
pensiero passi dalle stagioni meteorologiche alle stagioni della nostra vita.
Per noi si avvicendano le stagioni dell’esistenza, dall’infanzia alla
giovinezza, dalla maturità alla vecchiaia, e siamo contenti di ognuno dei
passaggi, tranne, forse, dell’ultimo perché ci rattrista il pensiero che il
ciclo delle nostre stagioni si chiuderà senza ricominciare come quello
meteorologico di Temi, quasi come se l’esaurirsi della nostra vita terrena
fosse un’ingiustizia.
“Dal dì che nozze, tribunali ed are…..”.
Il primo passaggio verso la civiltà è stato molto probabilmente quello verso la
credenza in qualcosa di sovrannaturale, perché l’uomo, assistendo impotente
alla caduta dei fulmini, ai diluvi, ai disastri e alle altre calamità, li
attribuì alla potenza di esseri superiori. E nacque così la Fede, che in un
primo momento e per migliaia di anni fu politeista, solo successivamente
monoteista, come per gli ebrei, i cristiani e gli islamici. Oltre a collocare
gli Dei sull’Olimpo, e su altri monti, come l’Elicona, le Muse, ispiratrici di
tutte le arti, con la creatività della loro fantasia i Greci stabilirono anche
una gerarchia fra gli Dei più importanti. Essi dominavano l’Olimpo e
governavano le vicende umane, come potrebbe fare un Governo statale. Se
volessimo attualizzare le loro figure con un pizzico di umorismo, potremo dire
che Zeus era il Presidente del Consiglio dei Ministri, Athena Ministro degli
Interni o dell’Istruzione, Ares Ministro della Difesa, Artemide Ministro
dell’Ambiente, ed ora vi accontento, ragazzi, vi ho capito....
(Si sentono sorridere i
presenti in Sala).
Afrodite
Ministro delle Pari Opportunità, Ermes Ministro Delle Poste e
Telecomunicazioni, oppure, Ministro del Commercio, del Business. Il mondo
moderno è dominato dallo spirito di Ermes, un Dio oggi molto venerato... Non
dimentichiamo Bacco, che a me piace chiamare Dioniso. Il culto di Dioniso, che
è al centro del famoso libro “L’origine della tragedia” di Nietzsche, fu
importato dall’Oriente circa 600 anni prima di Cristo. Per Dioniso andrebbe
bene il Dicastero del Turismo e dello Spettacolo.
Non essendomi allontanato dal tema della
Legalità, come potrebbe sembrare, diciamo che i Greci hanno creato anche
sull’Olimpo una Legalità, con un Zeus che comandava su tutti, e con gli altri
Dei che fungevano da suoi ministri. A questo punto potreste chiedermi: “Ed
Hera, la moglie di Zeus, che faceva”? Intanto, per scherzare un po’, era
rappresentativa di un tipo di donna (“giunonica”, come la ribattezzarono i
Romani) che starebbe per tornare di moda, anche se Zeus spesso e volentieri la
tradiva. Hera dava comunque dei consigli al marito, che però preferiva
attingerli più spesso da Athena, dea della ragione e della saggezza, per giunta
nata dal suo cervello. Come gli altri Dei dell’Olimpo, Hera interveniva nelle
vicende degli umani, come quando scatenò la furia Aletto contro l’esercito di
Enea per impedirgli di essere l’antenato dei fondatori di Roma, sempre per la
gelosia risalente alla scelta di Paride, troiano come Enea, di non consegnare a
lei ma ad Afrodite il famoso “Pomo della
discordia”, recante sulla buccia le parole “Alla più bella” e poggiato sulla mensa degli Dei in occasione delle
nozze di Cadmo ed Armonia. Se è vero che tutti gli Dei dell’Olimpo dovevano
obbedire a Zeus, ognuno di loro aveva però le sue simpatie ed antipatie, e
parteggiava per qualche mortale o per qualche città. Afrodite, grata per quanto
ho detto a Paride, parteggiava per i Troiani, Athena naturalmente per la sua
città e quindi per i Greci. Insomma, gli Dei, un po’ impiccioni, talvolta
vendicativi, interferivano spesso nelle vicende degli umani. Vi ricordate del
duello tra Achille e Ettore? A fianco al guerriero greco, quando nello
scagliare il primo colpo lo sbaglia e la lancia va a cadere lontana, alle
spalle di Ettore, c’è Athena, che s’intromette nel duello e riporta la lancia
nelle mani di Achille. Afrodite, che invece parteggia per Ettore, viene ferita
al mignolo da Achille. Senza protezione divina rimane Aiace Telamonio, esaltato
proprio per questa sua indifesa solitudine in una bella poesia di Vincenzo
Cardarelli (“E a te non fu dato atterrar
Marte o Ettore, o d’Afrodite il mignolo ferire, bensì il combattimento orrido,
immane, fra soverchianti avversari, in giorni che non s’ama ricordare”). Il
più valoroso dei guerrieri greci dopo Achille, Aiace è un combattente forte,
massiccio, che trattenne l’impeto dei troiani in un momento difficilissimo, in
cui stavano per rompere l’assedio e bruciare le navi greche. Ma quando muore
Achille egli subisce un’ingiustizia, poiché le armi di Achille furono assegnate
all’astuto Ulisse, che poi però le perderà in mare durante una burrasca. Il
mugghiare della marea le riporterà sulla tomba di Aiace, come narra
poeticamente, ancora una volta, il Foscolo dei Sepolcri, per rappresentare una
“giustizia” attuata dalle forze della natura, o, se si vuole, dal Fato, o anche
dalla dea Temi. Nelle religioni monoteiste Dio è invece astratto, è puro
Spirito, che non si vede e non si riconosce neppure in qualche forma, in quanto
non assume forme umane, né interviene palesemente nelle vicende umane, alle
quali invece, tranne che in episodi biblici, appare estraneo…
Le
Nozze sono il momento in cui l’unione di fatto dell’uomo della caverna con la
sua donna viene legalizzata, con i diritti e i doveri del matrimonio e, salvo
alcuni casi, con la indissolubilità di quel vincolo. La cerimonia nuziale dei
Romani, denominata “sponsio”, cioè
“promessa”, si svolgeva mediante la pronuncia di una formula solenne. Anche in
tempi moderni il matrimonio si è celebrato mediante la pronuncia di un semplice
“Sì” e più di recente con espressioni
prestabilite, come “Io prendo te come
legittima sposa ecc.” Nozze come monogamiche. C’è pure la poligamia, no?
Però quello che è importante, ragazzi, è che le nozze, come le ha intese
Foscolo e come le intendevano anche i Greci e i Romani, erano concepibili solo
tra maschio e femmina, perché la norma che seguì dopo millenni alla vita
promiscua dei cavernicoli costituiva una legalità naturale, che si adeguava,
cioè, alla natura. Possiamo esser certi che al poeta non è passato per la mente
il matrimonio fra gay, e neppure ha pensato ai gay dell’antichità classica, che
pure non mancavano in quella società, ma all’unione tra uomo e donna.
Are,
Nozze…passiamo ora ai Tribunali, portandoci ancora una volta
indietro con la mente. Pensiamo ad un famoso tribunale dell’antichità:
l’Areopàgo, che sorse sull’Acropoli, a fianco al Partenone, vicino alla Caverna
delle Eumenidi, che erano delle semidee che riportavano la calma nell’animo
umano. Questo Tribunale compare nell’Orestea di Eschilo. E’ una Dea, Athena,
che lo istituisce e lo presiede. Prendendo in considerazione la drammatica
situazione di Oreste, che, dopo aver ucciso la madre Clitennestra e il suo
amante Egisto, diviene preda delle Erinni, le furie che non gli danno pace, la
Dea così stabilisce, come nella tragedia di Eschilo: “Ormai la situazione è giunta a un punto di insopportabilità, è
necessario creare un Tribunale; io stessa sceglierò i giudici tra i migliori
ateniesi, giudici immacolati, i quali presteranno un grande giuramento, senza
venir mai meno ai loro doveri”…..
……..Chi
di voi vuol fare il Giudice?
Intervento
di una studentessa
Io.
Presidente
Come ti chiami?
Studentessa
Patrizia
Presidente
Senti,
Patrizia, io ti faccio i migliori auguri di diventare Giudice, ma consentimi
una semplice domanda: “se vincerai il
concorso in Magistratura e avrai la libertà di scelta tra le varie funzioni,
quali sceglierai?”
Intervento
della studentessa
Non
saprei….il Penale.
Presidente
Sembri
una ragazza sicura di sé, ma ti prego di rispondere ad un’altra domanda: “E nel Penale ti piacerebbe di più fare il
Giudice o fare il Pubblico Ministero?
Intervento della studentessa
Forse
più il Pubblico Ministero.
Presidente
Avevo
previsto che la tua risposta sarebbe stata questa. E’ una domanda che faccio
spesso agli studenti e le risposte sono quasi sempre come la tua.
Preside Antonio
Moccia
Quando
arriverà lei a fare il magistrato, la distinzione delle carriere sarà abolita e
le due carriere di giudice e di pubblico ministero saranno equiparate.
Presidente
Ragazzi,
innanzitutto questo fa onore alla vostra compagna, perché scegliere di voler
fare il Pubblico Ministero, significa avere ansia di giustizia, significa
partire dalla costatazione che questa società non va bene come sta ed allora si
vuol diventare pubblici ministeri per processare chi commette reati, sia chi
sta in alto ed abusa del suo potere, sia chi sta in basso e commette rapine ed
altri atti di aggressione che mettono in pericolo la sicurezza dei cittadini.
E’ raro, però, trovare un giovane che alla mia domanda risponda: “Io vorrei fare il Giudice, cioè giudicare
gli imputati, condannare chi è colpevole ed assolvere chi è innocente”. In
verità la funzione del Giudice è meno appariscente, ma è più difficile. Il
Giudice è come colui che è entrato nella caverna con la bilancia in mano e non
deve sbagliare nel dividere perfettamente l’animale catturato, altrimenti
scatena ancor di più una lite tra i trogloditi. È chiaro questo discorso? Perché
in quella bilancia della caverna l’ago deve stare non come quando la mamma va
dal salumiere o dal macellaio, e quell’ago non è mai preciso sullo zero, ed il
prezzo si fa, come si usa dire, “a buon peso”. Come il terzo uomo, che entra
nella caverna per risolvere in modo non violento il conflitto tra i due, il
Giudice bravo, preparato ed onesto, quell’ago lo deve far fermare sempre sullo
zero. Non è un’operazione facile, credetemi. E’ più facile fare il Pubblico
Ministero, anche perché questo importante organo di giustizia penale fa
prevalentemente indagini di fatto e un minor numero di volte affronta e risolve
questioni giuridiche, cioè si dedica allo studio del diritto, il compito più
difficile affidato al Giudice per risolvere un caso giudiziario.
Come
dicevo, la dea Athena parla di Giudici Immacolati, come testualmente da
Eschilo: “Non importa, eleggerò per la
città Giudici Immacolati, rispettosi delle cose giurate, a sentenziare sui
delitti di sangue fondamento di giustizia teso all’eterno, che io sto per
fondare”.
Un
Tribunale giudicante è dunque fondato dalla Dea della ragione. Scommetto che,
se avessi avuto la possibilità di rivolgere alla Dea la stessa domanda che ho
fatto a te, Patrizia, mi avrebbe risposto: “Voglio
fare il Giudice”, dato che i testi classici ci rivelano che Athena era
innamorata della sua razionalità, dote sommamente richiesta nella funzione del
giudicare. Questa Dea assunse quindi la presidenza dell’Areopago e quando si
passò a decidere se assolvere o condannare Oreste per i delitti commessi, i
voti erano pari-pari, prima che la Dea, con il suo voto, emettesse un verdetto
favorevole all’imputato. Oreste aveva ucciso la propria madre ma c’era da
considerare che Clitemnestra aveva ucciso il proprio padre, Agamennone.
Voi
conoscete la Trilogia di Eschilo: Agamennone, Le Coefore, le Eumenidi.
Agamennone era l’uomo preso dalla sete di potere, che aveva sacrificato la
figlia Ifigenia per ottenere dagli Dei il favore dei venti per partire con le
navi alla volta di Troia. Tornato in patria dopo la conquista di Troia, pensa
che gli debbano essere tributati gli onori del trionfatore, ed invece anche lui
ha la sua colpa, soprattutto perché pretende, dopo dieci anni, di ritrovare
tutto come prima, ed in più porta con sé Cassandra, una delle figlie di Priamo,
sorella di Ettore, che era una donna molto bella, a dispetto di chi, da
studente, l’ha immaginata brutta come un uccello del malaugurio, giacché
prediceva sempre la caduta di Troia ed altre cose terribili. Agamennone si
porta dunque a casa pure l’amante! Davanti a Clitemnestra! Clitemnestra aveva
intanto come amante Egisto.
Che
cosa si aspettava Agamennone? Certamente non l’epilogo tragico della sua vita.
Questo accade, ragazzi, quando il potere dà alla testa, quello è un momento in
cui il potere gli ha dato ancora una volta alla testa, come quando aveva
sacrificato la figlia Ifigenia, o come quando aveva provocato l’ira di Achille
sottraendogli con prepotenza Briseide, ed aveva di conseguenza determinato quei
cinquantuno giorni di terribili combattimenti, in cui i Greci, rimasti privi
del loro più valoroso guerriero, rischiarono di essere ricacciati in mare.
Io
non ho nessuna simpatia per Agamennone, né per Clitemnestra o Egisto, un po’
per Cassandra, che è una vinta. Sento più vicino….., a voi chi è più
simpatico?
Intervento
di una studentessa
Oreste.
Presidente
Anche
a me, è vero, è più simpatico Oreste. Perché nessuno può negare che lui, pur
essendosi reso autore di un delitto efferato, ha compiuto un atto di giustizia.
Guardate, in questa tragedia sono tutti colpevoli: Agamennone, Clitemnestra, Egisto, Oreste. Il fatto che la colpa di Oreste, invaso dalle
Erinni, venga, per così dire, “lavata” da un Tribunale, sebbene attraverso un
durissimo travaglio, che cosa significa, ragazzi, se non che Oreste trova pace
soltanto sottoponendosi ad un giudizio superiore sul proprio operato? Perciò,
in sostanza, la vostra compagna esprime una giusta aspirazione quando dice: “Io voglio fare il Pubblico Ministero”,
perché chiunque subisce un torto, o compie un’azione delittuosa per la quale
avverte un insopportabile rimorso, può trovare una soluzione soltanto
rivolgendosi ad un Giudice. E nel mondo attuale quel tormento che si prova nel
vedersi schiacciati dall’ingiustizia spinge spesso al proposito di fare ricorso
al Procuratore della Repubblica. Allo stesso modo, chi è tormentato da un senso
di colpa, di responsabilità, ricerca un giudizio su di sé, anche a costo di
rischiare una condanna, pur di non continuare a vivere nel rimorso che
attanaglia. D’altra parte non riesce, per istinto di conservazione e per amor
proprio, ad incolparsi da sé, ma preferisce che altri lo giudichi. Il bisogno
di un giudizio diviene una necessità impellente dell’animo, e nel contempo
impone l’intervento dello Stato, nella specie della Polis, per stabilire una volta per sempre se l’attuazione del
sentimento di giustizia, che ha armato la mano di Oreste, possa rimanere
affidata alla vendetta privata, oppure se è necessario ricorrere ad un
Tribunale. Ed è appunto una Dea, Athena, la Minerva dei Romani, ad affermare,
di fronte ad Oreste in preda alle Erinni, che “La situazione è giunta a un punto tale che la può risolvere soltanto un
Tribunale”.
“Dal dì che nozze, tribunali ed aree dier
all’umane belve….. Ed Oreste appare come una belva che ha realizzato una
tremenda vendetta, uccidendo la donna che gli ha dato la vita. E dunque la situazione può essere risolta
soltanto ricorrendo ad un giudizio; ecco perché la “Giustizia” è uno dei valori
più alti, è un valore che avvertiamo istintivamente dentro di noi fin da quando
acquisiamo la coscienza, che già risiede nel cuore di quegli uomini preistorici
che si stanno dividendo il cervo. La Legalità, invece, è qualcosa che viene
stabilita dal potere che governa. Per farvi comprendere meglio la differenza,
passiamo ora da Eschilo a Sofocle, e soffermiamoci sull’ “Antigone”. Creonte,
monarca di Tebe, dopo la vittoria contro i suoi nemici, stabilisce che il corpo
di Polinice, fratello di Antigone, ch’era rimasto ucciso in battaglia
combattendo contro di lui, rimanga, come traditore, esposto agli avvoltoi.
Antigone vuol dare sepoltura al fratello e si pone contro l’editto di Creonte,
che è la Legalità della Polis greca. La Giustizia sta anche nel cuore di Edipo
che poi si acceca per autopunirsi, ma un Tribunale – ecco, torniamo per un
momento al Tribunale istituito da Athena – avrebbe potuto anche assolverlo,
ritenendo inconsapevole e quindi incolpevole il peccato di aver ucciso per
errore il padre Laio ed essersi unito carnalmente con la madre Giocasta.
E’
doveroso, a questo punto, un accenno, sempre alla ricerca di eventi che sono
stati regolati dalla legalità del tempo, anche al terzo grande tragico greco:
Euripide. Pur inquadrando i suoi drammi nelle stesse situazioni, nel contrasto
tra la volontà degli Dei o del Destino e le sofferenze dell’animo umano,
Euripide è molto più vicino all’uomo. Mentre Eschilo risolve lo stesso
conflitto in nome della legge divina, anche quella che si attua da parte di un
Tribunale, l’Areopago, presieduto in modo determinante per la sorte di Oreste
da una Dea, Sofocle tramuta il problema della chiave di lettura della soluzione
dei suoi drammi nella creazione di figure eroiche, superumane, come Edipo ed
Antigone. Euripide invece si pone in modo del tutto diverso di fronte al mito,
in quanto egli umanizza gli eroi e disprezza la divinità, prefiggendosi di
offrire uno svolgimento psicologico dei fatti, indugiando sui sentimenti più
complessi e contrastanti dell’animo e finendo per considerare le figure dei
protagonisti come vittime inconsapevoli della crudeltà divina o umana. Questa
mia digressione per dirvi, in definitiva, che Euripide è il tragico greco che a
differenza di Eschilo, ragiona in termini di “giustizia terrena”. Anche con il
richiamo alla letteratura che è oggetto dei vostri studi, sono venuto a dirvi,
ragazzi, semplicemente questo: che la Giustizia è un sentimento primordiale
dell’uomo e il suo valore è superiore a quello della Legalità. Le Leggi,
infatti, non sempre sono giuste, poiché, regolando i conflitti sociali secondo
le visioni politiche della classe dominante in un dato momento storico, spesso
avvantaggiano alcuni cittadini a danno di altri. Per meglio capire,
bisognerebbe recuperare il senso della Storia, perduto dall’uomo del ‘900 ad
opera di pensatori moderni che, diversamente dal fondatore dello Storicismo, il
nostro Giambattista Vico, hanno affermato che tutto in questo mondo avviene per
caso, e che è quindi inutile lo studio della Storia, perché essa non può essere
maestra di vita. Anche per il nostro poeta Eugenio Montale “La Storia non è maestra di nulla che ci
riguardi…”. Io, invece, voglio tentare con voi un recupero di questo senso
della Storia come “magistra vitae“,
ma non sarà quella degli eventi, di Cesare che passa il Rubicone, delle
battaglie napoleoniche o delle guerre d’indipendenza del Risorgimento italiano.
Sarà invece – e auspicherei che venisse istituita come disciplina nelle scuole
– una “Storia della Legalità”.
Che significa? Significa non raccontare e commentare gli
eventi storici come finora si è fatto nelle scuole, ma guardare alla storia
come ad un’altalena di Legalità giuste e di Legalità ingiuste. Imparare, ad
esempio, cosa fece e che importanza ebbe l’opera di Giustiniano, ma anche
l’Editto di Rotari, benché emanato da un Re barbaro, la Magna Charta Libertatum del 1243 dell’Inghilterra, fino ad arrivare
ai Codici napoleonici, che regolarono la società secondo i principi di Egalité, Liberté, Fraternité affermati
dalla Rivoluzione francese e poi trasferiti, sotto varie forme, nelle
Costituzioni di tutte le nazioni civili, fra cui la nostra Costituzione
Repubblicana.
Ora vi faccio a tal proposito una domanda: l’ “Ancien Regime”, quello che vigeva prima
della Rivoluzione Francese e che dalla stessa fu abbattuto, era giusto o
ingiusto?
Intervento
dalla Sala
Ingiusto.
Presidente
Bene!
Già di ingiusto c’era che tutti e tre gli Stati Generali (Nobiltà, Clero e
Terzo Stato) disponevano di un voto ciascuno nelle deliberazioni, nonostante
che nel Terzo Stato fosse inquadrata la maggioranza del popolo francese, dai
più poveri fino alla borghesia, per cui, in caso di contrasto di opinioni,
Nobiltà e Clero finivano sempre per far prevalere la loro volontà pur essendo una
minoranza rispetto al resto del popolo.
Con
questi insegnamenti, credo che si arriverà a comprendere bene lo Statuto di
Carlo Alberto come un evento di Legalità di grande importanza, seguito alla
rivoluzione del ’48 e rispondente, in parte, alle esigenze di Giustizia
propugnate da più di un martire. Il tutto venne dopo la Rivoluzione Francese,
che, come ho accennato, trovò la sua espressione “legale” nei codici
napoleonici, l’opera più grande che abbia compiuto Napoleone. Oserei dunque
dire che l’attuazione della giustizia sta più nelle Rivoluzioni che
nell’emanazione di leggi da parte del Parlamento in periodi di pace sociale.
S’intende, nelle rivoluzioni che riescono... Torna ancora in mente il Foscolo
dei Sepolcri: “Di che lagrime grondi e di
che sangue”. I rivoluzionari francesi sentirono fortemente che era giusto
affermare che gli uomini nascono liberi ed eguali e che fra loro ci deve essere
solidarietà: Liberté, Egalité, Fraternité. Ma attenzione, la Rivoluzione è sempre un fatto interno, non è una
guerra tra Stati. Essa avviene quando una Legalità diventa ingiusta e c’è chi
si ribella, animato da un sentimento di giustizia.
Lo
scontro tra Antigone e Creonte è uno scontro tra Giustizia e Legalità, ma prima
ancora, tra Diritto Positivo e Diritto Naturale, come impareranno quelli che si
iscriveranno alla facoltà di Giurisprudenza. Per ora posso dirvi che “diritto
positivo” è quello “posto” (“positum”)
dallo Stato, che può identificarsi anche in un Re, come in Creonte, o in Luigi
XIV, il quale affermava: “L’Etat c’est
moi”, o nell’Imperatore, com’è nella concezione dello storico Tacito.
“Diritto naturale” è quello che ci detta la Natura, la quale impone per più di
un motivo, ma soprattutto per ragioni igieniche (oltre per ragioni di umanità
tra il vivente e il morto), di seppellire i cadaveri. Quindi Antigone,
seppellendo il fratello Polinice, viola la legalità statale per osservare il
diritto naturale.
Secondo
un filosofo vivente, André Glucksmann, anche Antigone ha violato una legge
naturale, pur volendo attuarla mediante il seppellimento di
Polinice…..Ricordate che l’Iliade si chiude con i funerali di Ettore, per dire
che già ai tempi della guerra di Troia, ancor prima di Sofocle, il culto della
sepoltura era fortemente sentito. Cosa voglio dire? Che il non far seppellire
significava impedire il culto dei funerali, cioè una celebrazione di carattere
religioso. Quindi Giustizia e Altari sono più vicini di quanto s’immagini. Non
si possono distinguere nettamente i sentimenti religiosi da quelli di giustizia. Mi pare a volte, nelle scuole,
di parlare a vuoto quando ribadisco questo concetto! Una cosa sono le
Istituzioni “politiche” delle religioni cattolica, islamica, ebraica, altra
cosa è il sentimento religioso, che alberga in ciascuno di noi. Anche se a
volte ci si proclama laici, la verità è che dal fondo della nostra anima certi
sentimenti sicuramente di natura religiosa, come il culto dei morti, non
potremo mai estirparli.
Allora,
tornando a Glucksmann, Antigone – dice lui – sbaglia perché vuole rendere
diseguale nella morte ciò che nella morte è eguale. Per comprendere la tesi del
filosofo francese, occorre capovolgere i concetti. La legge di Creonte eguaglia
nella morte i traditori, a cui non concede il seppellimento, per cui, a
differenza di altri traditori, che vengono esposti agli avvoltoi, Polinice
ottiene per mano della sorella un destino privilegiato del suo corpo. Nella
tragedia, Antigone invoca, invece, la legge degli Dei e Creonte alla fine, dopo
che ha messo a morte Antigone per aver disobbedito e sepolto il fratello
Polinice, vedrà distrutta tutta la sua famiglia, perché ha violato la Legge
degli Dei.
Rileggendo
questo passaggio, vi si trova il Corìfeo che, rivolgendosi a Creonte, dice: “Ho subito provato il sospetto, mio sovrano,
che il fatto sia voluto dagli Dei“. Allora mi sono domandato: ma cos’è il
Diritto degli Dei? E cos’è il Diritto Naturale? Sono la stessa cosa o no? Chi
studia Giurisprudenza impara che il Diritto Naturale è quello che ci ha
insegnato la Natura. Per esempio l’art. 2 della Costituzione tutela i diritti
inviolabili dell’uomo, ma siccome non era necessaria una legge per tutelare, ad
esempio, il diritto alla vita, in quanto esso sorge dal Diritto Naturale,
correttamente nella Costituzione è scritto che la Repubblica “riconosce i diritti inviolabili”. Questo
lo diceva, in un diverso angolo visuale, anche il filosofo Thomas Hobbes,
secondo cui il Leviatano, il mostruoso Stato Assoluto, li opprime, ma, quando
il suddito non lo sopporta più, ritorna Homo
homini lupus e si ribella. Si può azzardare a dire che nella filosofia di
Hobbes sia contenuto un ammonimento ai governanti circa il pericolo delle
rivoluzioni e, quindi, una vaga previsione della Rivoluzione francese.
GENNARO IANNARONE
Nessun commento:
Posta un commento