mercoledì 13 luglio 2016

Alle radici della Civiltà


Dal dì che nozze tribunali ed are…
(Liceo classico Pietro Colletta di Avellino – 12 dicembre 2009
Preside Prof. Antonio  Moccia)




Presidente Gennaro Iannarone
Agli studenti non bisogna parlare di Legalità con riferimento ai tempi attuali, perché l’uomo contemporaneo, tanto più se ancor giovane, non riesce a giudicare bene e talvolta neppure a vedere quali siano i valori, i disvalori, i problemi della realtà che lo circonda. Soltanto “storicizzando” la Legalità, cioè facendo tornare i ragazzi con la mente al passato, ad esempio al Cristianesimo, alle invasioni barbariche, alle Crociate, alla Rivoluzione Francese, ed a tanti altri eventi importanti si possono spiegare bene gli effetti che la Legalità delle relative epoche ha avuto sulle condizioni di vita individuale e sociale.
Partiamo dalla Preistoria. Sforzatevi, ad esempio, di immaginare due trogloditi che vivono in una caverna con le loro donne e i loro figli. Per procurarsi cibo affilano insieme le armi, escono per la caccia e, con eguale abilità, ammazzano un cervo. Lo scuoiano e lo mettono al fuoco ad arrostire. Una volta che l’animale è cotto, uno dei due ne vuole mangiare una parte maggiore, mentre l’altro non è d’accordo poiché ha contribuito in egual misura alla cattura di quell’animale e ritiene giusto mangiarne la metà, per sé e anche per la sua famiglia. Insomma, anche nell’animo di quei primitivi il sentimento di giustizia c’era già, sia pure a livello degli istinti, questo bisogna capire, ma non c’era ancora una Legalità, ossia un potere esterno e superiore capace di imporre ai due una spartizione equa della preda. Il conflitto si risolveva allora soltanto con una contesa violenta. Si potrebbe dire che “La legge del più forte” era la sola “Legalità” che regolava i contrasti tra quegli uomini. Purtroppo questa Legge non è affatto scomparsa dal mondo. Mi seguite? Non è che voglio fare politica, ma gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra contro l’Iraq prima di una Risoluzione dell’Onu perché si sono sentiti più forti. Sostituite al “cervo arrostito” il “petrolio” e ci ritroviamo nella caverna. In verità nei rapporti internazionali non esiste un Diritto in senso proprio, come capiranno quelli di voi che studieranno giurisprudenza. Non è stata istituita, cioè, un’Autorità superiore che garantisca l’uguaglianza tra gli Stati, ma lo Stato che in un certo momento è militarmente più forte detterà legge agli altri e nessuno gli potrà fermare… le “mani” e i “bombardieri”.
Ritorniamo ora nella caverna, nel momento in cui i due stanno litigando. E’ evidente che il conflitto permarrà fino a quando non sia introdotta una regola sulla spartizione dell’ “animale”. Ed accade appunto che un giorno entra colà un terzo uomo, più forte dei due litiganti, capace di ridurre all’impotenza l’uno e l’altro. Questo terzo uomo che entra nella caverna ha in mano una bilancia e perentoriamente dice ai due: “Smettetela di litigare, adesso pesiamo il cervo, lo dividiamo a metà e lo mangerete metà ciascuno”. Voi sapete bene che il simbolo della Giustizia è la bilancia o no? Se mi domandate dunque chi è questo “Terzo uomo”, vi rispondo semplicemente che esso è il simbolo della giusta Legalità, il cui arrivo nella società primitiva segna l’inizio della civiltà. Lo si rinviene in due versi belli e profondi de “I Sepolcri” di Ugo Foscolo, su cui intendo fondare buona parte del mio discorso.
Dal  dì che nozze e tribunali ed are
dier alle umane belve esser pietose
di sé stesse e d’altrui
Le belve sono i due trogloditi, pronti ad uccidersi l’un l’altro pur di mangiarsi l’intero animale. Però queste belve verranno ammansite dai principi della Civiltà, che arriva appunto con la Legalità. 
Sono Legalità le “Nozze”, perché regolano secondo principi di ordine e di moralità il rapporto di coppia, mentre in precedenza nelle caverne vigevano presumibilmente la poligamia e la poliandria e forse mancava anche il senso della famiglia, sia pure di una famiglia “allargata”. Con i “Tribunali” si dette inizio all’Amministrazione di una “Giustizia”, verosimilmente nel solo campo penale per sostituirla alla vendetta privata, ch’era l’unica forma arcaica – oggi naturalmente inaccettabile – di appianare i torti subiti. Dalle “Are”, cioè dagli Altari, provenne la celebrazione di riti religiosi, nacque la Fede in qualcosa di superiore alla natura umana, idonea ad esserle di guida nella ricerca del bene e del giusto. 
Una delle prime rudimentali religioni fu l’ “Animismo”, cioè il credere nell’esistenza di un’anima in tutti gli oggetti della natura, in un albero, in una pietra, cui talvolta si attribuivano poteri straordinari, come alla pietra “filosofale” o a quella che rendeva invisibili (di cui scherzosamente narra Boccaccio in “Calandrino e l’Elitropia”). Dalle credenze preistoriche si passò a quelle, di epoca storica, degli Egizi, i quali, giungendo ad una concezione molto più raffinata dell’“Animismo”, deificarono il Sole (Osiride), la Luna (Iside) ed anche il fiume Nilo, a cui dovevano il proprio benessere. La più importante di tutte le religioni politeiste dell’antichità è senza dubbio quella dei Greci, nata dalla loro straordinaria fantasia. In principio furono deificati il Cielo (Urano) e la Terra (Gea), ch’erano all’inizio abbracciati l’uno sull’altra, fino a quando il figlio Crono non ne provocò il distacco, evirando il padre Urano, che da allora mantenne i suoi rapporti con Gea con la pioggia, quasi a simboleggiare le lacrime di sofferenza per quell’allontanamento. Ma Crono fu poi soppiantato da Zeus, che assunse il dominio su tutti gli altri Dei e si insediò sul monte Olimpo. Una delle prime mogli di Zeus era stata Temi, figlia di Gea e di Urano, la quale, prima di assurgere al rango di Dea della Giustizia, significò una forza superiore che regolava l’avvicendarsi delle stagioni, che si risolveva, in sostanza, in un globale “giusto equilibrio” delle condizioni atmosferiche, perché dopo il freddo e la tristezza della stagione invernale c’era l’arrivo della Primavera, la più bella delle stagioni, che apportava tepore e gioia di vivere, quindi un evento “giusto” per l’essere umano. Preannunciava l’estate, che è il tempo in cui è giusto sospendere un po’ il lavoro, come anche gli studi, pensare alle vacanze e, perché no, anche a divertirsi. Ma il caldo estivo finisce per stancare, ed allora si desiderano i primi freschi dell’autunno e poi le più serene gioie, tutte intime, della stagione invernale, ricca di feste tradizionali. E così, osservando questo ciclo che ricomincia, è facile che il pensiero passi dalle stagioni meteorologiche alle stagioni della nostra vita. Per noi si avvicendano le stagioni dell’esistenza, dall’infanzia alla giovinezza, dalla maturità alla vecchiaia, e siamo contenti di ognuno dei passaggi, tranne, forse, dell’ultimo perché ci rattrista il pensiero che il ciclo delle nostre stagioni si chiuderà senza ricominciare come quello meteorologico di Temi, quasi come se l’esaurirsi della nostra vita terrena fosse un’ingiustizia.
Dal dì che nozze, tribunali ed are…..”. Il primo passaggio verso la civiltà è stato molto probabilmente quello verso la credenza in qualcosa di sovrannaturale, perché l’uomo, assistendo impotente alla caduta dei fulmini, ai diluvi, ai disastri e alle altre calamità, li attribuì alla potenza di esseri superiori. E nacque così la Fede, che in un primo momento e per migliaia di anni fu politeista, solo successivamente monoteista, come per gli ebrei, i cristiani e gli islamici. Oltre a collocare gli Dei sull’Olimpo, e su altri monti, come l’Elicona, le Muse, ispiratrici di tutte le arti, con la creatività della loro fantasia i Greci stabilirono anche una gerarchia fra gli Dei più importanti. Essi dominavano l’Olimpo e governavano le vicende umane, come potrebbe fare un Governo statale. Se volessimo attualizzare le loro figure con un pizzico di umorismo, potremo dire che Zeus era il Presidente del Consiglio dei Ministri, Athena Ministro degli Interni o dell’Istruzione, Ares Ministro della Difesa, Artemide Ministro dell’Ambiente, ed ora vi accontento, ragazzi, vi ho capito....
(Si sentono sorridere i presenti in Sala).
Afrodite Ministro delle Pari Opportunità, Ermes Ministro Delle Poste e Telecomunicazioni, oppure, Ministro del Commercio, del Business. Il mondo moderno è dominato dallo spirito di Ermes, un Dio oggi molto venerato... Non dimentichiamo Bacco, che a me piace chiamare Dioniso. Il culto di Dioniso, che è al centro del famoso libro “L’origine della tragedia” di Nietzsche, fu importato dall’Oriente circa 600 anni prima di Cristo. Per Dioniso andrebbe bene il Dicastero del Turismo e dello Spettacolo. 
 Non essendomi allontanato dal tema della Legalità, come potrebbe sembrare, diciamo che i Greci hanno creato anche sull’Olimpo una Legalità, con un Zeus che comandava su tutti, e con gli altri Dei che fungevano da suoi ministri. A questo punto potreste chiedermi: “Ed Hera, la moglie di Zeus, che faceva”? Intanto, per scherzare un po’, era rappresentativa di un tipo di donna (“giunonica”, come la ribattezzarono i Romani) che starebbe per tornare di moda, anche se Zeus spesso e volentieri la tradiva. Hera dava comunque dei consigli al marito, che però preferiva attingerli più spesso da Athena, dea della ragione e della saggezza, per giunta nata dal suo cervello. Come gli altri Dei dell’Olimpo, Hera interveniva nelle vicende degli umani, come quando scatenò la furia Aletto contro l’esercito di Enea per impedirgli di essere l’antenato dei fondatori di Roma, sempre per la gelosia risalente alla scelta di Paride, troiano come Enea, di non consegnare a lei ma ad Afrodite il famoso “Pomo della discordia”, recante sulla buccia le parole “Alla più bella” e poggiato sulla mensa degli Dei in occasione delle nozze di Cadmo ed Armonia. Se è vero che tutti gli Dei dell’Olimpo dovevano obbedire a Zeus, ognuno di loro aveva però le sue simpatie ed antipatie, e parteggiava per qualche mortale o per qualche città. Afrodite, grata per quanto ho detto a Paride, parteggiava per i Troiani, Athena naturalmente per la sua città e quindi per i Greci. Insomma, gli Dei, un po’ impiccioni, talvolta vendicativi, interferivano spesso nelle vicende degli umani. Vi ricordate del duello tra Achille e Ettore? A fianco al guerriero greco, quando nello scagliare il primo colpo lo sbaglia e la lancia va a cadere lontana, alle spalle di Ettore, c’è Athena, che s’intromette nel duello e riporta la lancia nelle mani di Achille. Afrodite, che invece parteggia per Ettore, viene ferita al mignolo da Achille. Senza protezione divina rimane Aiace Telamonio, esaltato proprio per questa sua indifesa solitudine in una bella poesia di Vincenzo Cardarelli (“E a te non fu dato atterrar Marte o Ettore, o d’Afrodite il mignolo ferire, bensì il combattimento orrido, immane, fra soverchianti avversari, in giorni che non s’ama ricordare”). Il più valoroso dei guerrieri greci dopo Achille, Aiace è un combattente forte, massiccio, che trattenne l’impeto dei troiani in un momento difficilissimo, in cui stavano per rompere l’assedio e bruciare le navi greche. Ma quando muore Achille egli subisce un’ingiustizia, poiché le armi di Achille furono assegnate all’astuto Ulisse, che poi però le perderà in mare durante una burrasca. Il mugghiare della marea le riporterà sulla tomba di Aiace, come narra poeticamente, ancora una volta, il Foscolo dei Sepolcri, per rappresentare una “giustizia” attuata dalle forze della natura, o, se si vuole, dal Fato, o anche dalla dea Temi. Nelle religioni monoteiste Dio è invece astratto, è puro Spirito, che non si vede e non si riconosce neppure in qualche forma, in quanto non assume forme umane, né interviene palesemente nelle vicende umane, alle quali invece, tranne che in episodi biblici, appare estraneo…
Le Nozze sono il momento in cui l’unione di fatto dell’uomo della caverna con la sua donna viene legalizzata, con i diritti e i doveri del matrimonio e, salvo alcuni casi, con la indissolubilità di quel vincolo. La cerimonia nuziale dei Romani, denominata “sponsio”, cioè “promessa”, si svolgeva mediante la pronuncia di una formula solenne. Anche in tempi moderni il matrimonio si è celebrato mediante la pronuncia di un semplice “” e più di recente con espressioni prestabilite, come “Io prendo te come legittima sposa ecc.” Nozze come monogamiche. C’è pure la poligamia, no? Però quello che è importante, ragazzi, è che le nozze, come le ha intese Foscolo e come le intendevano anche i Greci e i Romani, erano concepibili solo tra maschio e femmina, perché la norma che seguì dopo millenni alla vita promiscua dei cavernicoli costituiva una legalità naturale, che si adeguava, cioè, alla natura. Possiamo esser certi che al poeta non è passato per la mente il matrimonio fra gay, e neppure ha pensato ai gay dell’antichità classica, che pure non mancavano in quella società, ma all’unione tra uomo e donna.
Are, Nozze…passiamo ora ai Tribunali, portandoci ancora una volta indietro con la mente. Pensiamo ad un famoso tribunale dell’antichità: l’Areopàgo, che sorse sull’Acropoli, a fianco al Partenone, vicino alla Caverna delle Eumenidi, che erano delle semidee che riportavano la calma nell’animo umano. Questo Tribunale compare nell’Orestea di Eschilo. E’ una Dea, Athena, che lo istituisce e lo presiede. Prendendo in considerazione la drammatica situazione di Oreste, che, dopo aver ucciso la madre Clitennestra e il suo amante Egisto, diviene preda delle Erinni, le furie che non gli danno pace, la Dea così stabilisce, come nella tragedia di Eschilo: “Ormai la situazione è giunta a un punto di insopportabilità, è necessario creare un Tribunale; io stessa sceglierò i giudici tra i migliori ateniesi, giudici immacolati, i quali presteranno un grande giuramento, senza venir mai meno ai loro doveri”…..
……..Chi di voi vuol fare il Giudice?
Intervento di una studentessa 
Io. 
Presidente
            Come ti chiami?
Studentessa
Patrizia
Presidente
Senti, Patrizia, io ti faccio i migliori auguri di diventare Giudice, ma consentimi una semplice domanda: “se vincerai il concorso in Magistratura e avrai la libertà di scelta tra le varie funzioni, quali sceglierai?” 
Intervento della studentessa 
Non saprei….il Penale. 
Presidente
Sembri una ragazza sicura di sé, ma ti prego di rispondere ad un’altra domanda: “E nel Penale ti piacerebbe di più fare il Giudice o fare il Pubblico Ministero? 
Intervento  della studentessa 
Forse più il Pubblico Ministero. 
Presidente
Avevo previsto che la tua risposta sarebbe stata questa. E’ una domanda che faccio spesso agli studenti e le risposte sono quasi sempre come la tua.
Preside  Antonio  Moccia 
Quando arriverà lei a fare il magistrato, la distinzione delle carriere sarà abolita e le due carriere di giudice e di pubblico ministero saranno equiparate. 
Presidente 
Ragazzi, innanzitutto questo fa onore alla vostra compagna, perché scegliere di voler fare il Pubblico Ministero, significa avere ansia di giustizia, significa partire dalla costatazione che questa società non va bene come sta ed allora si vuol diventare pubblici ministeri per processare chi commette reati, sia chi sta in alto ed abusa del suo potere, sia chi sta in basso e commette rapine ed altri atti di aggressione che mettono in pericolo la sicurezza dei cittadini. E’ raro, però, trovare un giovane che alla mia domanda risponda: “Io vorrei fare il Giudice, cioè giudicare gli imputati, condannare chi è colpevole ed assolvere chi è innocente”. In verità la funzione del Giudice è meno appariscente, ma è più difficile. Il Giudice è come colui che è entrato nella caverna con la bilancia in mano e non deve sbagliare nel dividere perfettamente l’animale catturato, altrimenti scatena ancor di più una lite tra i trogloditi. È chiaro questo discorso? Perché in quella bilancia della caverna l’ago deve stare non come quando la mamma va dal salumiere o dal macellaio, e quell’ago non è mai preciso sullo zero, ed il prezzo si fa, come si usa dire, “a buon peso”. Come il terzo uomo, che entra nella caverna per risolvere in modo non violento il conflitto tra i due, il Giudice bravo, preparato ed onesto, quell’ago lo deve far fermare sempre sullo zero. Non è un’operazione facile, credetemi. E’ più facile fare il Pubblico Ministero, anche perché questo importante organo di giustizia penale fa prevalentemente indagini di fatto e un minor numero di volte affronta e risolve questioni giuridiche, cioè si dedica allo studio del diritto, il compito più difficile affidato al Giudice per risolvere un caso giudiziario. 
Come dicevo, la dea Athena parla di Giudici Immacolati, come testualmente da Eschilo: “Non importa, eleggerò per la città Giudici Immacolati, rispettosi delle cose giurate, a sentenziare sui delitti di sangue fondamento di giustizia teso all’eterno, che io sto per fondare”. 
Un Tribunale giudicante è dunque fondato dalla Dea della ragione. Scommetto che, se avessi avuto la possibilità di rivolgere alla Dea la stessa domanda che ho fatto a te, Patrizia, mi avrebbe risposto: “Voglio fare il Giudice”, dato che i testi classici ci rivelano che Athena era innamorata della sua razionalità, dote sommamente richiesta nella funzione del giudicare. Questa Dea assunse quindi la presidenza dell’Areopago e quando si passò a decidere se assolvere o condannare Oreste per i delitti commessi, i voti erano pari-pari, prima che la Dea, con il suo voto, emettesse un verdetto favorevole all’imputato. Oreste aveva ucciso la propria madre ma c’era da considerare che Clitemnestra aveva ucciso il proprio padre, Agamennone.
Voi conoscete la Trilogia di Eschilo: Agamennone, Le Coefore, le Eumenidi. Agamennone era l’uomo preso dalla sete di potere, che aveva sacrificato la figlia Ifigenia per ottenere dagli Dei il favore dei venti per partire con le navi alla volta di Troia. Tornato in patria dopo la conquista di Troia, pensa che gli debbano essere tributati gli onori del trionfatore, ed invece anche lui ha la sua colpa, soprattutto perché pretende, dopo dieci anni, di ritrovare tutto come prima, ed in più porta con sé Cassandra, una delle figlie di Priamo, sorella di Ettore, che era una donna molto bella, a dispetto di chi, da studente, l’ha immaginata brutta come un uccello del malaugurio, giacché prediceva sempre la caduta di Troia ed altre cose terribili. Agamennone si porta dunque a casa pure l’amante! Davanti a Clitemnestra! Clitemnestra aveva intanto come amante Egisto.
Che cosa si aspettava Agamennone? Certamente non l’epilogo tragico della sua vita. Questo accade, ragazzi, quando il potere dà alla testa, quello è un momento in cui il potere gli ha dato ancora una volta alla testa, come quando aveva sacrificato la figlia Ifigenia, o come quando aveva provocato l’ira di Achille sottraendogli con prepotenza Briseide, ed aveva di conseguenza determinato quei cinquantuno giorni di terribili combattimenti, in cui i Greci, rimasti privi del loro più valoroso guerriero, rischiarono di essere ricacciati in mare.
Io non ho nessuna simpatia per Agamennone, né per Clitemnestra o Egisto, un po’ per Cassandra, che è una vinta. Sento più vicino….., a voi chi è più simpatico? 
Intervento di una studentessa
Oreste.
Presidente 
Anche a me, è vero, è più simpatico Oreste. Perché nessuno può negare che lui, pur essendosi reso autore di un delitto efferato, ha compiuto un atto di giustizia. Guardate, in questa tragedia sono tutti colpevoli: Agamennone, Clitemnestra,  Egisto, Oreste.  Il fatto che la colpa di Oreste, invaso dalle Erinni, venga, per così dire, “lavata” da un Tribunale, sebbene attraverso un durissimo travaglio, che cosa significa, ragazzi, se non che Oreste trova pace soltanto sottoponendosi ad un giudizio superiore sul proprio operato? Perciò, in sostanza, la vostra compagna esprime una giusta aspirazione quando dice: “Io voglio fare il Pubblico Ministero”, perché chiunque subisce un torto, o compie un’azione delittuosa per la quale avverte un insopportabile rimorso, può trovare una soluzione soltanto rivolgendosi ad un Giudice. E nel mondo attuale quel tormento che si prova nel vedersi schiacciati dall’ingiustizia spinge spesso al proposito di fare ricorso al Procuratore della Repubblica. Allo stesso modo, chi è tormentato da un senso di colpa, di responsabilità, ricerca un giudizio su di sé, anche a costo di rischiare una condanna, pur di non continuare a vivere nel rimorso che attanaglia. D’altra parte non riesce, per istinto di conservazione e per amor proprio, ad incolparsi da sé, ma preferisce che altri lo giudichi. Il bisogno di un giudizio diviene una necessità impellente dell’animo, e nel contempo impone l’intervento dello Stato, nella specie della Polis, per stabilire una volta per sempre se l’attuazione del sentimento di giustizia, che ha armato la mano di Oreste, possa rimanere affidata alla vendetta privata, oppure se è necessario ricorrere ad un Tribunale. Ed è appunto una Dea, Athena, la Minerva dei Romani, ad affermare, di fronte ad Oreste in preda alle Erinni, che “La situazione è giunta a un punto tale che la può risolvere soltanto un Tribunale”.
Dal dì che nozze, tribunali ed aree dier all’umane belve….. Ed Oreste appare come una belva che ha realizzato una tremenda vendetta, uccidendo la donna che gli ha dato la vita.  E dunque la situazione può essere risolta soltanto ricorrendo ad un giudizio; ecco perché la “Giustizia” è uno dei valori più alti, è un valore che avvertiamo istintivamente dentro di noi fin da quando acquisiamo la coscienza, che già risiede nel cuore di quegli uomini preistorici che si stanno dividendo il cervo. La Legalità, invece, è qualcosa che viene stabilita dal potere che governa. Per farvi comprendere meglio la differenza, passiamo ora da Eschilo a Sofocle, e soffermiamoci sull’ “Antigone”. Creonte, monarca di Tebe, dopo la vittoria contro i suoi nemici, stabilisce che il corpo di Polinice, fratello di Antigone, ch’era rimasto ucciso in battaglia combattendo contro di lui, rimanga, come traditore, esposto agli avvoltoi. Antigone vuol dare sepoltura al fratello e si pone contro l’editto di Creonte, che è la Legalità della Polis greca. La Giustizia sta anche nel cuore di Edipo che poi si acceca per autopunirsi, ma un Tribunale – ecco, torniamo per un momento al Tribunale istituito da Athena – avrebbe potuto anche assolverlo, ritenendo inconsapevole e quindi incolpevole il peccato di aver ucciso per errore il padre Laio ed essersi unito carnalmente con la madre Giocasta.
E’ doveroso, a questo punto, un accenno, sempre alla ricerca di eventi che sono stati regolati dalla legalità del tempo, anche al terzo grande tragico greco: Euripide. Pur inquadrando i suoi drammi nelle stesse situazioni, nel contrasto tra la volontà degli Dei o del Destino e le sofferenze dell’animo umano, Euripide è molto più vicino all’uomo. Mentre Eschilo risolve lo stesso conflitto in nome della legge divina, anche quella che si attua da parte di un Tribunale, l’Areopago, presieduto in modo determinante per la sorte di Oreste da una Dea, Sofocle tramuta il problema della chiave di lettura della soluzione dei suoi drammi nella creazione di figure eroiche, superumane, come Edipo ed Antigone. Euripide invece si pone in modo del tutto diverso di fronte al mito, in quanto egli umanizza gli eroi e disprezza la divinità, prefiggendosi di offrire uno svolgimento psicologico dei fatti, indugiando sui sentimenti più complessi e contrastanti dell’animo e finendo per considerare le figure dei protagonisti come vittime inconsapevoli della crudeltà divina o umana. Questa mia digressione per dirvi, in definitiva, che Euripide è il tragico greco che a differenza di Eschilo, ragiona in termini di “giustizia terrena”. Anche con il richiamo alla letteratura che è oggetto dei vostri studi, sono venuto a dirvi, ragazzi, semplicemente questo: che la Giustizia è un sentimento primordiale dell’uomo e il suo valore è superiore a quello della Legalità. Le Leggi, infatti, non sempre sono giuste, poiché, regolando i conflitti sociali secondo le visioni politiche della classe dominante in un dato momento storico, spesso avvantaggiano alcuni cittadini a danno di altri. Per meglio capire, bisognerebbe recuperare il senso della Storia, perduto dall’uomo del ‘900 ad opera di pensatori moderni che, diversamente dal fondatore dello Storicismo, il nostro Giambattista Vico, hanno affermato che tutto in questo mondo avviene per caso, e che è quindi inutile lo studio della Storia, perché essa non può essere maestra di vita. Anche per il nostro poeta Eugenio Montale “La Storia non è maestra di nulla che ci riguardi…”. Io, invece, voglio tentare con voi un recupero di questo senso della Storia come “magistra vitae“, ma non sarà quella degli eventi, di Cesare che passa il Rubicone, delle battaglie napoleoniche o delle guerre d’indipendenza del Risorgimento italiano. Sarà invece – e auspicherei che venisse istituita come disciplina nelle scuole – una “Storia della Legalità”.
Che significa? Significa non raccontare e commentare gli eventi storici come finora si è fatto nelle scuole, ma guardare alla storia come ad un’altalena di Legalità giuste e di Legalità ingiuste. Imparare, ad esempio, cosa fece e che importanza ebbe l’opera di Giustiniano, ma anche l’Editto di Rotari, benché emanato da un Re barbaro, la Magna Charta Libertatum del 1243 dell’Inghilterra, fino ad arrivare ai Codici napoleonici, che regolarono la società secondo i principi di Egalité, Liberté, Fraternité affermati dalla Rivoluzione francese e poi trasferiti, sotto varie forme, nelle Costituzioni di tutte le nazioni civili, fra cui la nostra Costituzione Repubblicana.
Ora vi faccio a tal proposito una domanda: l’ “Ancien Regime”, quello che vigeva prima della Rivoluzione Francese e che dalla stessa fu abbattuto, era giusto o ingiusto?
Intervento dalla Sala
Ingiusto. 
Presidente
Bene! Già di ingiusto c’era che tutti e tre gli Stati Generali (Nobiltà, Clero e Terzo Stato) disponevano di un voto ciascuno nelle deliberazioni, nonostante che nel Terzo Stato fosse inquadrata la maggioranza del popolo francese, dai più poveri fino alla borghesia, per cui, in caso di contrasto di opinioni, Nobiltà e Clero finivano sempre per far prevalere la loro volontà pur essendo una minoranza rispetto al resto del popolo.  
Con questi insegnamenti, credo che si arriverà a comprendere bene lo Statuto di Carlo Alberto come un evento di Legalità di grande importanza, seguito alla rivoluzione del ’48 e rispondente, in parte, alle esigenze di Giustizia propugnate da più di un martire. Il tutto venne dopo la Rivoluzione Francese, che, come ho accennato, trovò la sua espressione “legale” nei codici napoleonici, l’opera più grande che abbia compiuto Napoleone. Oserei dunque dire che l’attuazione della giustizia sta più nelle Rivoluzioni che nell’emanazione di leggi da parte del Parlamento in periodi di pace sociale. S’intende, nelle rivoluzioni che riescono... Torna ancora in mente il Foscolo dei Sepolcri: “Di che lagrime grondi e di che sangue”. I rivoluzionari francesi sentirono fortemente che era giusto affermare che gli uomini nascono liberi ed eguali e che fra loro ci deve essere solidarietà: Liberté, Egalité, Fraternité. Ma attenzione, la Rivoluzione è sempre un fatto interno, non è una guerra tra Stati. Essa avviene quando una Legalità diventa ingiusta e c’è chi si ribella, animato da un sentimento di giustizia. 
Lo scontro tra Antigone e Creonte è uno scontro tra Giustizia e Legalità, ma prima ancora, tra Diritto Positivo e Diritto Naturale, come impareranno quelli che si iscriveranno alla facoltà di Giurisprudenza. Per ora posso dirvi che “diritto positivo” è quello “posto” (“positum”) dallo Stato, che può identificarsi anche in un Re, come in Creonte, o in Luigi XIV, il quale affermava: “L’Etat c’est moi”, o nell’Imperatore, com’è nella concezione dello storico Tacito. “Diritto naturale” è quello che ci detta la Natura, la quale impone per più di un motivo, ma soprattutto per ragioni igieniche (oltre per ragioni di umanità tra il vivente e il morto), di seppellire i cadaveri. Quindi Antigone, seppellendo il fratello Polinice, viola la legalità statale per osservare il diritto naturale.
Secondo un filosofo vivente, André Glucksmann, anche Antigone ha violato una legge naturale, pur volendo attuarla mediante il seppellimento di Polinice…..Ricordate che l’Iliade si chiude con i funerali di Ettore, per dire che già ai tempi della guerra di Troia, ancor prima di Sofocle, il culto della sepoltura era fortemente sentito. Cosa voglio dire? Che il non far seppellire significava impedire il culto dei funerali, cioè una celebrazione di carattere religioso. Quindi Giustizia e Altari sono più vicini di quanto s’immagini. Non si possono distinguere nettamente i sentimenti religiosi da quelli  di giustizia. Mi pare a volte, nelle scuole, di parlare a vuoto quando ribadisco questo concetto! Una cosa sono le Istituzioni “politiche” delle religioni cattolica, islamica, ebraica, altra cosa è il sentimento religioso, che alberga in ciascuno di noi. Anche se a volte ci si proclama laici, la verità è che dal fondo della nostra anima certi sentimenti sicuramente di natura religiosa, come il culto dei morti, non potremo mai estirparli.
Allora, tornando a Glucksmann, Antigone – dice lui – sbaglia perché vuole rendere diseguale nella morte ciò che nella morte è eguale. Per comprendere la tesi del filosofo francese, occorre capovolgere i concetti. La legge di Creonte eguaglia nella morte i traditori, a cui non concede il seppellimento, per cui, a differenza di altri traditori, che vengono esposti agli avvoltoi, Polinice ottiene per mano della sorella un destino privilegiato del suo corpo. Nella tragedia, Antigone invoca, invece, la legge degli Dei e Creonte alla fine, dopo che ha messo a morte Antigone per aver disobbedito e sepolto il fratello Polinice, vedrà distrutta tutta la sua famiglia, perché ha violato la Legge degli Dei.
Rileggendo questo passaggio, vi si trova il Corìfeo che, rivolgendosi a Creonte, dice: “Ho subito provato il sospetto, mio sovrano, che il fatto sia voluto dagli Dei“. Allora mi sono domandato: ma cos’è il Diritto degli Dei? E cos’è il Diritto Naturale? Sono la stessa cosa o no? Chi studia Giurisprudenza impara che il Diritto Naturale è quello che ci ha insegnato la Natura. Per esempio l’art. 2 della Costituzione tutela i diritti inviolabili dell’uomo, ma siccome non era necessaria una legge per tutelare, ad esempio, il diritto alla vita, in quanto esso sorge dal Diritto Naturale, correttamente nella Costituzione è scritto che la Repubblica “riconosce i diritti inviolabili”. Questo lo diceva, in un diverso angolo visuale, anche il filosofo Thomas Hobbes, secondo cui il Leviatano, il mostruoso Stato Assoluto, li opprime, ma, quando il suddito non lo sopporta più, ritorna Homo homini lupus e si ribella. Si può azzardare a dire che nella filosofia di Hobbes sia contenuto un ammonimento ai governanti circa il pericolo delle rivoluzioni e, quindi, una vaga previsione della Rivoluzione francese.

                                                                                         GENNARO IANNARONE



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